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Breve analisi del (nazional) socialismo tedesco

Breve analisi del (nazional) socialismo tedesco

I manuali di storia del pensiero socialista europeo omettono un particolare che consisterebbe di comprendere a pieno il fenomeno di una società solidale e collobarativa

di Luca Leonello Rimbotti

 

[singlepic id=57 w=320 h=240 float=left]Trascurare una componente essenziale del socialismo, la sua versione tedesca, che superò la concezione classista della vecchia socialdemocrazia di Bebel, non consente di capire come questa riuscì a pervenire al potere sotto la sigla del Nazionalsocialismo. Un socialismo nazionale, in Germania come altrove, già esisteva da tempo. Ma soltanto col partito di Hitler il legame fra socialismo e nazionalismo divenne effettivo e la loro compartecipazione ideologica, uscendo dai disegni teorici, fu in grado di creare una prassi quotidiana in mezzo al Popolo. Bisogna aggiungere che, negli anni recenti, numerosi studiosi hanno ampiamente riconosciuto alla NSDAP la sua funzione propriamente socialista. Con Rainer Zitelmann, Götz Aly o Pierre Ayçoberry, per dire dei più recenti, si è stabilita con sufficiente chiarezza la natura del socialismo nazionale hitleriano, tutta incentrata su istituzioni di partecipazione e promozione sociale (dal Servizio del Lavoro al Fronte del Lavoro, dalle cellule aziendali al dopolavoro), ma soprattutto sullo sviluppo di una mentalità comunitarista e anti-classista, che ricomprendeva allo stesso modo l’attacco alle ricchezze finanziarie, la sottomissione della proprietà dei mezzi produttivi all’autorità politica, l’estinzione del differenzialismo di classe fra colletti bianchi e colletti blu, l’erogazione di benefici sociali alle classi lavoratrici, l’igiene del lavoro, etc.

Tutte cose che, al loro centro, recavano, in ruolo ancor più importante che non le concrete provvidenze economiche, la creazione di uno stato d’animo socialista, l’affermazione di uno stile dì vita socialista, all’interno di un’intera società socialista: cioè, al fondo, davvero e nei fatti, solidale e collaborativa. Ciò che faceva sentire l’operaio e il dirigente, l’impiegato e il manovale, come pedine essenziali di un medesimo meccanismo, lavorare per il quale veniva percepito come l’ottenimento del più elevato valore sociale, di un onore di appartenenza fortemente egualitario.

Difatti, si parlava essenzialmente del socialismo come di un atto concreto, calato nel realismo, e non come di una dottrina utopica, quale sempre il socialismo era stato tratteggiato, anche nelle sue derive “scientifiche “. Poiché, così si scriveva, essenziale era avere a che fare «non con la teoria, ma con la realtà», dando vita ad «un nuovo socialismo senza ipotesi aprioristiche, senza linee prefissate e prescindendo da autorità storiche». Questa affermazione risale al 1935 ed è di Hans Schwarz van Berk, già membro dei Freikorps e a quella data caporedattore della rivista “Der Angriff”, fondata nel 1926 da Goebbels. Noi la troviamo, estratta come esemplare di tutto un clima ideologico, all’interno di un libro collettaneo pubblicato in quell’anno sotto gli auspici del ministro della Propaganda, e che riuniva numerosi interventi di elementi di spicco del Partito nazionalsocialista, in un testo – Deutsche Sozialisten am Werk – che voleva essere un po’ la summa del pensiero socialista del Terzo Reich. Oggi quel libro, col titolo II socialismo tedesco al lavoro, è stato tradotto e pubblicato dalla Thule Italia, una casa editrice che da tempo sta operando un prezioso lavoro di scavo e rimessa in valore di un patrimonio altrimenti dimenticato di storia politica europea del Novecento. Che interessa proprio quegli aspetti di socialismo organicista e di socialità avanzata presenti nel Nazionalsocialismo, che gli storici ufficiali stanno man mano rivalutando. Il socialismo tedesco al lavoro è un documento di rara importanza storica proprio perché raccoglie l’intero spettro delle applicazioni socialiste alla realtà politica dell’epoca, dal punto dì vista di quanti erano tra i protagonisti della rivoluzione sociale e politica iniziatasi nel 1933.

Nel libro sono presenti contributi dei ministri Darré e Ley, ma anche ad es. di Börger, il commissario del Lavoro, di Hilgenfeld, responsabile dell’assistenza sociale, di Köhler, esperto economico, e poi di molti altri funzionari, e persino del principe di Schaumburg-Lippe, membro delle SA e collaboratore di Goebbels, che scrive sui rapporti fra socialismo e tradizione. Alla luce del nuovo socialismo organico, vengono passati in rassegna lo Stato, i giovani, l’economia, i contadini, la burocrazia, e inoltre il ruolo del capitale (suddiviso fra capitale creativo di ricchezza e lavoro e capitale finanziario speculativo), la tecnica, la stampa, la libera iniziativa, la partecipazione statale alla programmazione e alla gestione aziendale e infine i rapporti culturali del nuovo socialismo con la storia germanica e il mito sociale della razza. Così, ogni comparto sociale, ogni aspetto dell’ideologia della solidarietà di popolo viene indagato in base ad un particolare realismo, che giudica la potenza del legame sociale a partire dall’essenziale considerazione che per socialismo si debba intendere una diversa e totale cultura della partecipazione. Oltre le classi, oltre le dinamiche di questa o quella organizzazione economica, ciò che contava era l’intima corrispondenza fra il lavoro e il popolo, fra i programmi e i bisogni, fra i ruoli sociali redistribuiti e la competenza. Poiché la selezione dei migliori — questo il nocciolo del particolare Deutscher Sozialismus della NSDAP – doveva scaturire da tutto il popolo, attingendo e promuovendo la qualità ovunque essa si trovasse, secondo il principio che il socialismo, lungi dall’essere un’utopia libresca o un pregiudizio classista, era soprattutto un «ordine del popolo». Il valore non solo economico, ma sociale ed etico del socialismo nazionale della NSDAP era ben rappresentato dall’accento posto sul concetto di volontariato, applicato a tutti gli ambiti del lavoro. Essenziale era l’entusiasmo con cui si dovevano offrire le proprie doti individuali al servizio della comunità: «La libertà tedesca è servizio volontario; e così, chi sta a capo di un’impresa, deve cercare di essere una guida, e non un superiore», scriveva Börger, riassumendo il senso altruistico della reciprocità socialista in chiave nazionale. La gerarchia socialista della competenza si affiancava a istituti cooperativi come quelli vigenti, ad es., nel comparto agricolo, in cui si promuovevano istituzioni di autogestione corporativa (come il Consiglio nazionale contadino, l’Assemblea regionale e quella locale) che andavano nel senso di un recupero dell’antica democrazia assembleare in uso nel diritto germanico e, al contempo, costituendo momenti di razionalizzazione produttiva e distributiva, che impedivano le speculazioni di mercato tipiche della prassi liberista. All’elevazione materiale e alla maturazione sociale delle classi lavoratrici teneva dietro il metodo della circolazione delle élites attraverso la promozione sociale della competenza, vera quadratura del cerchio del problema sociale e di quello politico. «Lo Stato socialista ha il compito dì spianare ovunque la strada alle forze vitali della Nazione e assicurare una loro cooperazione», scriveva il consigliere del Ministero dell’Interno Hans Fabricius. Fare in modo che «ogni strato sociale all’interno del popolo, possa ottenere i pieni diritti» voleva dire attivare, promuovere, sollecitare «le forze esistenti per il bene della comunità», mettendo gli elementi meritevoli del popolo nei ruoli decisionali.

Un socialismo della tradizione (il corporativismo operaio e contadino) e allo stesso tempo della massima efficienza (dinamismo nella selezione del competenza e nell’assistenza sociale) era dunque all’opera in quegli anni. Un fenomeno sociale che Maurizio Rosi nella sua articolata introduzione (che vale come ottimo corredo al testo, per i vasti rimai di alla cultura socialista-nazionaie tedesca, per i confronti e alternativi col pensiero liberale dei Popper e dei Mises, per evocazioni al platonismo sociale o alla singolare funzione che ebbero i “poeti lavoratori”, per l’inquadratura di concetto di “soldato del lavoro” etc.,), non diversamente dagli storici più avvertiti, giudica come il finale approdo delle secolari lotte operaie che invano, nei regimi liberali, avevano ricercato quelle conquiste che d’un colpo, attraverso una legislazione rapida e snella, vennero di fatto realizzate nel Terzo Reich. Ad es., tutto questo significava «che l’azienda si doveva evidenziare nell’essere all’avanguardia nel campo dell’applicazione della legislazione sociale… nell’innalzamento della produzione industriale e nella semplificazione dei processi produttivi, nel miglioramento del tenore di vita dei lavoratori e della situazione igienica lavorativa», innestando il tutto nel quadro del «cameratismo socialista» e della «responsabilizzazione socialista dell’intera comunità aziendale».

Sulla scorta di tutto ciò, si può dire con tutta pacatezza che, a fronte dell’individualismo asociale liberal e della sua pratica disintegratoria dei legami di solidarietà nazionale, il Deutscher Sozialismus, liberato in sede storica da certe interessate ipoteche, ha ancora oggi una sua parola da dire alle scompaginate e disorientate masse europee.

Tratto da Linea del 4 giugno 2011

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Gottfried Feder e il programma della Nsdap

Gottfried Feder e il programma della Nsdap

di Luca Leonello Rimbotti

[singlepic id=56 w=320 h=240 float=left]In occasione del congresso del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi del 1926, Gottfried Feder – ingegnere e studioso di economia finanziaria, tra i primi compagni di lotta di Hitler – ricevette l’incarico di dare l’avvìo ad una serie di pubblicazioni a larga diffusione, in grado di coprire tutti gli aspetti ideologici e di portarli alla conoscenza del grande pubblico. Questa operazione iniziò l’anno seguente con l’uscita del primo dei numerosi quaderni divulgativi previsti, che riguardava l’illustrazione dei 25 punti con cui la NSDAP aveva steso il proprio programma politico sin dal febbraio 1920. Si contava, così, di affrontare nel modo migliore e più chiaro la questione della sostanza ideologica nazionalsocialista, specialmente in riferimento a quella che veniva considerata una specie di “rivoluzione copernicana”, cioè l’accento posto sulla funzione distruttiva che l’interesse sui prestiti di capitale aveva presso vaste fasce popolari, a cominciare da quelle del ceto contadino. Il problema del progressivo indebitamento dei rurali tedeschi era di antica data. Esso costituì un vero caso sociale di grandi proporzioni, e non fu secondario in quel fenomeno di inurbanesimo e abbandono delle campagne in cui uomini come Spengler avevano visto una delle cause dello sbriciolamento sociale della Germania e del suo sradicamento dalla cultura locale tradizionale. In effetti, il meccanismo in base al quale molti piccoli e medi proprietari fondiari, una volta chiesto il necessario credito per reinvestire nella produzione e vistoselo gravare dal tasso esorbitante di interesse, applicato in forme a crescita esponenziale, non riuscivano a sottrarsi altrimenti a questo cappio se non vendendo la terra e declassandosi a proletariato urbano, fu alla base di mutamenti sociali di vasta portata. Essi ingeneravano disperazione sociale e destabilizzazione economica, sottraevano famiglie e poderi all’agricoltura già in crisi dall’epoca guglielmina e mettevano in moto il fenomeno della speculazione fondiaria, un settore in cui le banche e le imprese finanziarie – spesso a guida ebraica – agirono da elemento di scompaginamento socio-economico.

Ciò che, negli anni Venti del Novecento, fu ad es. alla base del costituirsi di organismi come la Landvolksbewegung, intesi a proteggere la categoria dei contadini proprietari dal crescente esautoramento cui era sottoposta. In determinate zone della Germania, quella organizzazione, sostenuta dal nazionalismo rivoluzionario, espresse fenomeni di combattivo antagonismo (fino a cruenti episodi di terrorismo) nei confronti dei vari governi di Weimar, incapaci di porre un freno alla disintegrazione del ceto contadino.

Non desta meraviglia, pertanto, che il fulcro del programma della NSDAP, incentrato sull’opposizione all’usura secondo la celebre formula, stesa dallo stesso Feder, della “liberazione dalla schiavitù dell’interesse”, torni nella pubblicazione del 1927 – poi parecchie volte riedita negli anni seguenti – come centrale rivendicazione di carattere sociale. Adesso, la dinamica Editrice Thule Italia pubblica il libro di Gottfried Feder per la prima volta in traduzione italiana nella sua edizione del 1933, Il Programma del NSDAP e le sue fondamenta ideologiche. I testi comprendono, oltre all’originario programma, anche agili ed esaustivi commenti, stesi da Feder in epoche diverse, intorno alle singole questioni, in una maniera che doveva servire da chiara illustrazione per la massa dei membri del Partito e per quanti erano interessati a conoscere la posizione della NSDAP in materia politico-sociale.

Feder dovette insistere in modo particolare sul fatto che la NSDAP non pensava a sopprimere la proprietà privata e che il punto in cui il programma prevedeva l’esproprio riguardava unicamente i casi di cattiva gestione, di proprietà ebraica o di acquisto illegale. Dal punto di vista storico, è interessante questa puntualizzazione, poiché da svariate fonti all’epoca si attribuiva al Nazionalsocialismo una volontà espropriatrice di tipo quasi “bolscevico”. Al contrario, scriveva Feder, «la proprietà dei terreni acquisita legittimamente dai cittadini tedeschi sarà riconosciuta come bene ereditario. Questo diritto di proprietà sarà però subordinato all’obbligo di utilizzare il suolo a beneficio di tutto il popolo. Il controllo del rispetto di tale obbligo sarà competenza dei tribunali corporativi». Questi punti, a Terzo Reich insediato, divennero legge dello Stato e furono alla base di quel fenomeno di protezione della fattoria contadina – conosciuta come Erbhof, il podere ereditario – che voleva evitare la frammentazione fondiaria e incrementare la consistenza sociale del ceto rurale, nel quale il regime vedrà il bastione della società sotto tutti profili: nazionale, familiare, razziale, produttivo.

In ogni caso, queste misure andavano nel senso di favorire un uso non privatistico del bene personale, ma di incentivarne la produttività come elemento di diffusione del benessere generale, secondo il principio fondamentale in base al quale “il bene comune viene prima i quello individuale”. Spiegando i 25 punti programmatici nel dettaglio, Feder affrontava il suo fiore all’occhiello, la lotta all’interesse usurario, spiegandolo come la «liberazione dello Stato e così del popolo dal suo indebitamento tributario di fronte ai grandi capitali usurai». Ciò avrebbe comportato alcune misure senz’altro rivoluzionarie e del tutto sovversive dello Stato liberale: «Nazionalizzazione della Reichsbank e delle banche di emissione; finanziamento di tutte le opere pubbliche, evitando il ricorso al prestito pubblico mediante l’emissione di certificati fruttiferi del Tesoro senza interessi; introduzione di una valuta fissata su base coperta; creazione di una Banca per l’edilizia e l’industria (riforma monetaria) per concedere prestiti a tasso zero; modificazione radicale del sistema fiscale secondo il principio dell’economia comunitaria». Attorno a queste misure, si sarebbe dovuta quindi cementare quella comunità nazionale e sociale svincolata dai poteri forti della finanza internazionale, che costituì uno dei punti di maggiore originalità ideologica del Nazionalsocialismo, ciò che ha spinto gli storici ha considerare la politica sociale hitleriana un rivoluzionamento degli assetti capitalistici, anche per il fatto che agli imprenditori, pur lasciando loro la proprietà nominale, come ha scritto Zitelmann, veniva tolto di fatto «il potere di disposizione sui mezzi di produzione», secondo una linea manifestata da Hitler che era intesa a «perseguire i suoi obiettivi anche contro la resistenza di settori dell’industria pesante».

Leggendo questo importante testo di Feder noi quindi, oggi che il mondo va a passo di carica nella direzione opposta, quella dell’abbattimento di ogni contrasto sulla via del potere assoluto della finanza cosmopolita, verifichiamo lo sforzo attuato in Germania per abbinare il sentimento nazionale e la giustizia sociale, nella direzione della concezione organica della comunità popolare, sia nella sfera del mondo della produzione agricola sia in quello della produzione industriale e del commercio. In questo modo, infatti, come sottolinea Maurizio Rossi nella sua introduzione ai testi di Feder, «l’individuo diventava membro a tutti gli effetti di un corpo organico e integro, ma differenziato, a seconda delle proprie capacità e funzioni, partecipando così allo sviluppo di una esistenza qualitativamente superiore fondata su una realtà di popolo finalmente concepita come una comunità socialista organica».

E di organicismo per l’appunto si parlava, e al senso di ordine platonico si riferisce Feder, come di un insieme di parti armonicamente funzionanti, essendo ognuna al proprio posto e tutte partecipanti al fine del benessere comune. Sembra incredibile, ma l’ideale dello Stato ben ordinato vagheggiato da Platone, se mai fu vicino ad essere eretto da qualche parte e in qualche epoca, lo fu nella Germania nazionalsocialista del Novecento.

Tratto da Linea del 5 marzo 2011.

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Baluardo d’Europa

Baluardo d’Europa
Un ricco compendio di esegesi dottrinaria nazionalsocialista dedicato ai combattenti della Wehrmacht.

di Luca Leonello Rimbotti

[singlepic id=53 w=320 h=240 float=left]Uno dei punti su cui ribatte con maggiore insistenza la propaganda morale e culturale del nostro tempo riguarda l’ingiunzione a comprendere le “ragioni dell’altro”: mai, come nella nostra epoca, “l’altro”, colui cioè che non veicola i nostri valori ma ne rappresenta di diversi, va rispettato e compreso. Che sia l’assassino seriale, lo stupratore drogato o il membro di una cultura etnica esotica, “l’altro” oggi si è assicurato comprensione e mitezza di giudizio, in omaggio ai valori di ascolto, tolleranza, accoglienza etica. In base a questi punti di vista, prendiamo allora “l’altro” più “altro” che esista, quello che rappresenta il “male assoluto”, il rovescio “cattivo” della nostra società, un “altro” ormai storicizzato, poiché è la voce di un’epoca trascorsa che non ha più diritto, nel mondo, ad avere un ascolto: il nazionalsocialismo. E cerchiamo, per quanto possibile, di calarci al suo interno, come cercano di fare molte volte gli storici, assumendone per un attimo il punto di vista, come richiedono le giuste tavole di un atteggiamento aperto e democratico. Ce ne fornisce l’occasione la recente pubblicazione di un testo di propaganda ideologica diffuso all’inizio del 1944 alle truppe combattenti tedesche per iniziativa dell’Oberkommando della Wehrmacht e intitolato Wofür Kämpfen Wir?: Per che cosa combattiamo? Il libro, uscito a cura dell’Editrice Thule Italia, è un documento eccezionale, mai tradotto prima in italiano, che ci apre sul mondo degli sconfitti, sulle loro ragioni, sul loro modo di ragionare, e che costituisce uno strumento importante che aiuta a comprendere, dal punto di vista sia storico sia ideologico, le motivazioni che dovettero presiedere al comportamento straordinariamente tenace del soldato tedesco, specialmente negli ultimi anni di guerra.

Il volume, strutturato come un manuale di indottrinamento, impostato sulla formula della domanda e della risposta, è ricco di sorprese, per chi non sia uso affrancarsi dalla concezione corrente circa la malvagità indistintamente di tutti i Tedeschi che combatterono quella guerra ideologica. Innanzi tutto, veniamo così a sapere che i Tedeschi si sentivano “perseguitati” dagli Ebrei: si dirà, ma come è possibile? Effettivamente, la Germania presentò se stessa come la vittima di una congiura mondiale, organizzata dalla capacità ebraica di assemblare i governi delle democrazie occidentali e quello sovietico per eliminare dal gioco politico la Germania, con Hitler divenuta ufficialmente antisemita e quindi sgradito ingombro da rimuovere con ogni mezzo. La pubblicazione propagandistica spiega: «La Germania nazionalsocialista ostacola il tentativo del dominio mondiale da parte del Giudaismo. Ha agito contro lo sfruttamento ebraico dei popoli d’Europa e ha così infranto l’egemonia ebraica in Europa. Questo è il motivo per cui il Giudaismo ci perseguita con odio mortale e ci ha giurato guerra fino alla morte». E un tragico gioco di specchi, nel quale bisogna pur concedere al perdente e al “cattivo” di aver avuto le proprie ragioni. Un intero mondo di nemici viene dunque passato in rassegna: America, Inghilterra, Russia sovietica, tutte descritte come impregnate di spirito ebraico e da questo guidate alla crociata di sterminio anti-tedesca. E la lotta viene descritta come apocalittica. C’era in Hitler, e profonda, e sin dall’inizio, questa convinzione di essere di fronte a una guerra per la vita e per la morte: tale sostanza di vicenda escatologica, che avrebbe deciso il futuro del mondo per i secoli a venire, viene in questo testo semplificata ed elaborata per un pubblico vasto: il libro venne divulgato in centinaia di migliaia di copie, e riporta all’inizio non solo il beneplacito di Hitler alla sua diffusione, ma anche l’ordine tassativo di portarlo a conoscenza di ufficiali e soldati, facendone una specie di manuale ideologico di guerra.

Ci sono dunque le ragioni del “contro”: e dei numerosi nemici vengono spiegati la concezione materialista, lo stile di vita individualistico e grettamente antisociale, il sistema basato sull’esclusiva ricerca della ricchezza attraverso lo sfruttamento dei popoli (gli angloamericani); oppure quello ottusamente collettivista, da macchine-insetti sottoposte a un distruttivo dispotismo (i sovietici). Ma si utilizzano anche categorie interpretative più raffinate: e di tutti viene spiegata l’ambizione al dominio mondiale, a ritenersi eletti e prescelti: gli angloamericani, in virtù della saldatura fra puritanesimo ed ebraismo, che figurano come antefatti religiosi della volontà politica liberale di dominio universale: «L’idea universalistica di un governo mondiale della libertà, del progresso, della ragione nel senso razionalistico era lo spirito della missione. Chi negli Stati Uniti si opponeva alla “liberazione dell’uomo”, assurgeva a nemico dell’umanità e comunque della libertà». Questa individuazione -per altro ancora oggi decisamente attuale – si combinava con il riconoscimento che nel sistema sovietico agiva un’equivalente eredità dell’antico spirito russo verso l’espansione per la salvezza del mondo: «Accanto all’idea marxista, sono in un certo qual modo in azione anche le dottrine del secolo scorso: le idee religiose di miglioramento del mondo di Dostoevskij e di Tolstoj, la dottrina del Panslavismo e del Nichilismo». E anche questo non appare un argomento peregrino e solo propagandistico, dato che è stato anche materia di studi importanti: l’unione fra bolscevismo e pan-slavismo è un dato che agì a fondo nelle motivazioni del popolo russo verso la lotta anti-tedesca.

Poi ci sono le ragioni del “pro”. I tedeschi combattono per il loro avanzato sistema sociale, per la loro idea di comunità anti-individualistica, per l’eredità etnica, per il principio della “responsabile partecipazione” (il Führerprinzip), per l’attaccamento alla terra, per il “diritto al lavoro”, per i propri sistemi di insegnamento popolare gratuito, per le forze spirituali (di cui il termine Weltanschauung viene detto l’espressione, in quanto racchiude l’idea di “visione interiore”), per un’idea di religione – su cui il testo insiste molto – che viene definita devozione all’«ordine divino del mondo»: «Crediamo che l’uomo, come essere spirituale autocosciente, abbia ricevuto dal Creatore il compito di creare forme e missioni di vita, quindi di formare una civiltà, che è cosa più alta di una mera soddisfazione dei bisogni di vita primari». Si parla anche di «libertà interiore, libertà di coscienza, libertà della piena espressione della personalità», da attuarsi secondo le antiche doti germaniche della fierezza e della «elevata concezione dell’onore e della fedeltà», in cui si «rivela la nobiltà dell’uomo tedesco». L’ufficiale e il soldato tedesco non dovevano essere per forza e per legge malvagi e criminali, se si possono leggere frasi come questa «Ubbidiente, l’Ufficiale assolve il proprio dovere, ma è soddisfatto, perché lo fa da uomo libero e orgoglioso. E così sta pure di fronte al suo Dio, dritto, con la preghiera di potenza e la forza per sopportare tutto con onore».

Ma, infine, ciò che connota questo scritto, è la volontà di difendere disperatamente la civiltà europea, minacciata da Ovest e da Est da una promessa di annientamento senza sconti. Questo elemento è ben richiamato da Maurizio Rossi nell’introduzione: «Per i nazionalsocialisti esisteva invece uno specifico “modello europeo” che non doveva essere assolutamente equivocato, tanto meno confuso con l’Qccidente contrassegnato dalle democrazie capitalistiche, oppure con l’Oriente asiatico-bolscevico». Si trattava di quel “socialismo europeo” per il quale si stavano battendo anche uomini come Drieu La Rochelle, e che parve per un momento la chiave della rinascita europea, in grado di sottrarsi alla doppia seduzione materialistica, quella capitalista occidentale e quella collettivista orientale. Il gran parlare di “sangue” e di “razza” assume allora un particolare significato, di fronte alla documentazione iconografica riportata nel libro, in cui vi è un ricco prontuario di soggetti familiari, agresti, nostalgicamente naturisti e romanticamente tesi a un’idea pacifica di eterna bellezza. Tutto ciò ci fa venire in mente che quella guerra apocalittica era combattuta dall’uomo tedesco per un’ideologia nemica delle catastrofi disumanizzanti del mondo moderno: la protezione di uno stile di vita antico e semplice, il mondo contadino, il sorriso di un operaio, la pace della campagna ben lavorata, un volto sereno di donna, un gruppo di bambini all’aria aperta, sotto l’antica quercia. Tutte cose che la brutale modernità imponeva di difendere con gli aerei a reazione e con i missili V2.

Tratto da Linea del 19 dicembre 2010

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Introduzione ad un (quasi) inedito di Adolf Hitler

Introduzione ad un (quasi) inedito di Adolf Hitler

[singlepic id=55 w=320 h=240 float=left]Dettato a Max Amann nell’estate del 1928, abbiamo il piacere di presentare sulle pagine del quotidiano “Rinascita” il secondo libro di Hitler edito da Thule Italia, o meglio, volendo contare separatamente i due volumi del Mein Kampf, il terzo.
Pur rappresentando un’elaborazione delle idee sulla politica estera tedesca come furono espresse nel secondo volume del Mein Kampf, non si tratta di una mera ripetizione degli scritti anteriori ma – come Telford Taylor giustamente afferma – “è nei particolari, nelle spiegazioni e nelle sfumature che sta il suo principale valore storico”.
Dalla controversa questione del Sud Tirolo all’amicizia con lo Stato italiano “sotto la guida del brillante statista Benito Mussolini”, dalla condanna dei capi della Germania imperiale dopo Bismarck alle osservazioni sull’esercito tedesco, dalle considerazioni sull’Unione Americana quale potenza economica alla teoria di una Russia niente “affatto uno stato anticapitalista”. Questi alcuni degli argomenti trattati attraverso i quali si potrà seguire lo svolgimento logico del pensiero politico di Hitler. Pensiero che da lì a qualche anno sarebbe divenuto azione. La disponibilità di questo testo è particolarmente importante per i lettori perché, oltre alla ripetizione di temi dal precedente lavoro di Hitler, il Mein Kampf – l’eterna lotta per la terra, la necessità per la Germania di conquistare ulteriore spazio vitale e l’importanza di combattere il nemico giudaico – affronta argomenti che oggi rivestono particolare rilevanza. Tra questi, l’analisi del ruolo economico degli Stati Uniti e della loro futura egemonia rispetto a un quadro mondiale che sarebbe stato da ciò alterato negli equilibri allora esistenti.
In questo documento, inoltre, appare manifesta la posizione di Hitler riguardo alle perdite – anche territoriali – subite dalla Germania a seguito del trattato di Versailles, rappresentanti uno dei leitmotiv del giovane movimento nazionalsocialista. Questi territori non costituivano, tuttavia, una priorità per il popolo tedesco, poiché la riannessione di piccole porzioni di suolo non avrebbe di certo mutato gli scenari futuri rispetto a conquiste di ben altre estensioni, così che, anche in questa sede, lo sguardo di Hitler è diretto a Est.
Qui, Hitler, non rifugge poi da quella che sarebbe stata la futura propaganda nazionalsocialista durante la guerra, indicando nella Germania l’unico baluardo contro la Russia bolscevica. In queste pagine, comunque, si spinge ben oltre, indicando ciò che in realtà fu la Rivoluzione d’ottobre: uno spodestamento dell’elemento germanico alla guida del regime zarista per opera di un branco d’incompetenti, inferiori in un’ottica razziale. Giungendo, in chiusura, all’assioma che “la Russia odierna è tutto, tranne che uno Stato anticapitalista. È, a dire il vero, un paese che ha distrutto la sua stessa economia nazionale ma solamente per dare al capitale della finanza internazionale la possibilità di un controllo assoluto”. Il favore con il quale il capitalismo tedesco guardava alla rivoluzione bolscevica ne era – per Hitler – una prova.

L’autenticità e la storia del documento
Data la comparsa in passato di un presunto diario di Adolf Hitler poi indicato come falso,1 della contraffazione di alcuni documenti nel volume Hitler: Sämtliche Aufzeichnungen 1905-19242 e di numerosi artefatti in un libro sui dipinti e disegni di Hitler,3 è necessario spendere qualche parola sulla storia e l’autenticità di questo libro.
Il primo riferimento pubblico dell’esistenza di un’altra opera di Adolf Hitler, si ebbe nel 1949, per mezzo di uno scritto di un ex ufficiale francese, Albert Zoller, Douze ans auprès d’Hitler (Dodici anni con Hitler).4 In esso era indicato che, nel 1925, Hitler diede inizio alla stesura di un libro inedito sulla politica estera. Nel 1953 Hugh R. Trevor-Roper pubblicò un’edizione in lingua inglese delle Conversazioni a tavola di Hitler 1941-1944,5 stampata l’anno seguente in Italia dalla Richter. In questa edizione, alla data del 17 febbraio 1942, è fatto cenno a un nuovo libro di Hitler: “Nel 1925 ho scritto nel Mein Kampf (nonché in un testo non pubblicato) che il giudaismo mondiale vedeva nel Giappone un avversario fuori dal suo tiro”. Qui Hitler senza dubbio allude alle dichiarazioni su questo problema nel Mein Kampf, volume 2 (pp.), dettato a Max Amann nel 1925.
Intanto, nel maggio del 1951, anche l’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco di Baviera aveva saputo da Erich Lauer dell’esistenza di un altro libro. A Lauer, che aveva pubblicato una serie di canzonieri per la Eher-Verlag, venne mostrato negli anni ’30 il manoscritto di un libro di Hitler. Josef Berg, l’uomo che glielo mostrò, ne riferì in dettaglio all’Istituto nel mese di settembre del 1958.6 Berg era stato un collega di Max Amann già dai primi anni della casa editrice centrale dello NSDAP, la Franz Eher Nachfolger.7 Nel gennaio del 1935, Berg assunse alla Eher il controllo del settore editoriale, e quindi del manoscritto. Egli sostenne che Hitler lo dettò ad Amann e che, oltre alla copia in salvo alla Eher-Verlag, ne esisteva una seconda presumibilmente conservata presso l’Obersalzberg. Entrambe le affermazioni furono confermate dalla scoperta del manoscritto.
Quando, sulla base di queste informazioni, l’Istituto di Storia Contemporanea chiese aiuto a Gerhard L. Weinberg circa la localizzazione del manoscritto, questi lo aveva già cercato nei fascicoli tedeschi all’epoca siti ad Alexandria, in Virginia, dove erano stati microfilmati congiuntamente dalla American Historical Association e dalle autorità americane prima della loro restituzione alla Repubblica Federale Tedesca. Nell’estate del 1958 Weinberg trovò un documento, accantonato come bozza del Mein Kampf e che identificò come il tanto ricercato manoscritto. In allegato al documento era presente una nota di confisca, nella quale si indicava il suo sequestro dalla Eher-Verlag da parte di un ufficiale americano nel maggio 1945 nonché l’asserzione di Josef Berg – all’atto della consegna – che si sarebbe trattato di un lavoro scritto da Hitler più di quindici anni prima. Poco dopo il sequestro, un microfilm fu realizzato per l’autorità inglese e l’originale fu riportato, con altri documenti, negli Stati Uniti. Nel Record Center di Alexandria venne archiviato come EAP 105/40 e, in seguito al trasferimento all’Archivio federale tedesco, come BA, N 1128 (Hitler), volume 21.8
Nel 1961, il manoscritto fu pubblicato per la prima volta per la serie “Quellen und zur Zeitgeschichte Darstellungen” (Fonti e relazioni di Storia Contemporanea) edita dall’Istituto di Storia Contemporanea. Due anni dopo seguirono una traduzione in lingua francese9 e una in inglese,10 la prima senza introduzione e con solo alcune note con omissione dell’autore – Gerhard L. Weinberg –, la seconda oggettivamente mal tradotta dove l’improvvisata prefazione di Telford Taylor si rivelò un estratto del commento e delle note del Professor Weinberg.
Quando la pubblicazione tedesca del 1961 fu annunciata in Germania, Albert Speer annotò nel suo diario che Baldur von Schirach e Rudolf Hess la considerarono come una frode, mentre lui ricordava che Hitler, al momento della costruzione del Berghof, aveva “accettato un anticipo di centomila marchi” dalla Eher-Verlag “per un manoscritto che egli – per ragioni di politica estera – non desidera ancora veder pubblicato”.11
Immediatamente dopo la prima pubblicazione, la comunità accademica valutò il documento autentico, così come gli autori dei principali articoli apparsi a riguardo. Per quanto c’è dato conoscere, nessuno studioso ha contestato la validità del documento o l’identificazione di Hitler quale autore.
Diversi anni dopo, lo studioso tedesco Albrecht Tyrell scoprì nell’Archivio centrale dello Stato della Bassa Sassonia (Niedersächsischen Hauptstaatsarchiv Hannover) una lettera firmata da Rudolf Hess datata 26 Giugno 1928. Hess rispondeva alla richiesta di un appuntamento da parte di Bernhard Rust, affermando che “Herr Hitler è probabile che sia a Berlino per diversi giorni all’inizio di luglio. Una visita anticipata del camerata Rust può essere difficilmente presa in considerazione, poiché Herr Hitler probabilmente sarà lontano da Monaco prima del suo viaggio a Berlino, per scrivere il suo libro”.12 Questo documento dimostrava non solo che Hess era in quel momento a conoscenza del lavoro di Hitler su un nuovo libro – il secondo volume del Mein Kampf era già in vendita –, ma confermava anche la data suggerita per l’origine del manoscritto.

Le origini del libro
Il contenuto del libro coincide, infatti, con l’arco di tempo – fine giugno e inizio luglio 1928 – indicato nella lettera di Rudolf Hess. Tutti gli eventi politici, ai quali il manoscritto fa riferimento, occorsero in quel determinato periodo: i numerosi attacchi a Gustav Stresemann, all’epoca ancora in vita (p.), il commento sull’occupazione della riva sinistra del Reno (p.) e la mancanza di riferimenti al piano Young. Nella prefazione, Hitler parla di due anni dalla pubblicazione nel 1926 del capitolo sulla questione sudtirolese tratta dal secondo volume del Mein Kampf. In un altro passaggio (p.), fa riferimento alla distruzione della torre di Bismarck a Bromberg, agli inizi di maggio del 1928, come un evento che si è svolto “in questi ultimi mesi”. Il libro contiene inoltre vari riferimenti all’opera Jonny strikes up (p.), che andò in scena a Monaco di Baviera nel 1928 e fu violentemente attaccata dai nazionalsocialisti. In un altro passaggio ancora (p.), Hitler parla delle presunte perdite del partito nei primi cinque mesi dell’anno, utilizzando le stesse parole di un discorso del 13 luglio 1928. E infine, cita anche (pp.) un articolo apparso “oggi” nel Neuesten Münchener Nachrichten: quell’articolo apparve nell’edizione del 26 giugno 1928.
La data è così confermata due volte – dalla lettera di Hess e dai riferimenti nel testo – e corrisponde agli eventi dell’estate del 1928. Negli anni precedenti Hitler aveva comunque affrontato più volte le questioni di politica estera. Poiché questi temi, in particolare i rapporti tesi con l’Italia per la questione sudtirolese, sono tra i punti focali di questo lavoro, è necessario fare un passo indietro.
Hitler aveva già esaminato il tema della futura politica estera nazionalsocialista prima del tentativo di putsch del novembre 1923, ponendo l’accento sulla particolare importanza delle relazioni italo-tedesche. Aveva ormai già deciso per un’alleanza con l’Italia concludendo, il 14 novembre 1922, che “a tal fine, la Germania deve fare una chiara e decisa rinuncia ai tedeschi del Sud Tirolo”.
Alla fine della Prima guerra mondiale, dal trattato di pace con l’Austria, fu concessa all’Italia l’annessione della provincia austriaca del Tirolo fino al passo del Brennero. Questo cambiamento portò sotto il controllo italiano sia quegli abitanti nella parte più meridionale, in prevalenza italiani, che quelli d’origine tedesca, più vicini alla nuova frontiera. Nei discorsi e nei dibattiti politici del tempo, questo problema era generalmente indicato come “questione sudtirolese”.
Dopo il fallito colpo di stato, Hitler cominciò in carcere a comporre il Mein Kampf. Il primo volume, pubblicato nel 1925, conteneva sì alcune affermazioni sulla politica estera, ma questi problemi furono trattati più approfonditamente solo con la pubblicazione del secondo volume nel 1926. La posizione di Hitler sulla questione sudtirolese era già allora contestata. A quel tempo la popolazione di lingua tedesca del Sud Tirolo era probabilmente, in termini di vita culturale, tra le popolazioni più oppresse d’Europa, e non stupisce quindi che, quanti si consideravano particolarmente nazionalisti, guardassero a essa con una certa attenzione.
Così Hitler, come detto, pubblicò un capitolo dedicato a questo tema tratto dal Mein Kampf13 in una speciale ristampa con una prefazione datata 12 febbraio 1926. Nella prefazione a quest’opuscolo, dal titolo “La questione sudtirolese e il problema dell’alleanza tedesca”, Hitler si lamentava del fatto che con riferimento al Patto di Locarno la stampa si fosse interessata esclusivamente del Sud Tirolo. Hitler vedeva questo interesse come un semplice pretesto per fomentare delle agitazioni contro il “fenomenale genio di Mussolini” – un assunto che ripete molte volte nel manoscritto del 1928.
L’anno seguente – il 1927 – apparve il lavoro di Alfred Rosenberg Der Zukunftsweg einer deutschen Aussenpolitik (Il futuro orientamento della politica estera tedesca). Le idee erano, nel complesso, le stesse di quelle presenti nel Mein Kampf: in particolare l’affermazione che il “Lebensraum” (lo spazio vitale) doveva essere ottenuto nell’Europa dell’Est; la Francia e la Polonia quali nemici della Germania, di contro all’Inghilterra e all’Italia “non affette” dall’imperialismo etnico. Inoltre, le dichiarazioni sull’Italia rilevavano che Mussolini, anche se non si era ancora espresso contro gli ebrei, aveva effettivamente riconosciuto il pericolo della massoneria e la stava combattendo. Ecco perché – secondo Rosenberg – la questione sudtirolese fungeva solo da pretesto per l’opposizione verso Mussolini, quantunque fosse mal consigliato nella gestione del problema. L’Italia doveva cercare il suo futuro nel nord dell’Africa e nell’Adriatico, e di conseguenza muovere guerra contro la Francia e la Jugoslavia. Ciò avrebbe richiamato l’Italia verso la Germania e, con la scomparsa della questione sudtirolese, si sarebbe dimostrato che non era nell’interesse italiano ostacolare l’unione dell’Austria alla Germania (pp.).
Il 30 marzo 1927, Hitler rilasciò delle dichiarazioni decisamente positive su Mussolini e sulla sua politica, mettendo in chiaro che non si sarebbe dovuto permettere alla questione del Sud Tirolo di contrastare una futura alleanza tra la Germania e l’Italia. Questa difesa di Mussolini portò a un attacco contro Hitler per mezzo di una lettera aperta della “Deutsch-volkischen Arbeitsgemeinschaft für Südtirol” (Gruppo di studio tedesco-popolare per il Sud Tirolo). Questa venne ristampata dal “Bund Deutscher Aufbau” (Lega per lo sviluppo tedesco) durante la campagna elettorale del 1930. Alla fine degli anni ’20, comunque, Hitler non avrebbe potuto ignorare facilmente la questione.
Nel 1928, il problema sudtirolese coinvolse anche il pubblico tedesco. Nel febbraio, l’opinione pubblica – in particolare austriaca – insorse a seguito dell’introduzione nel Sud Tirolo della lingua italiana per l’educazione religiosa. Dopo un discorso del cancelliere austriaco Ignaz Seipel, Mussolini reagì con immediatezza e richiamò temporaneamente da Vienna l’ambasciatore Giacinto Auriti. Da marzo in poi, un’infiammata campagna stampa s’incentrò sulla questione finché il conflitto si risolse, all’inizio di luglio, con le dimissioni di Seipel, riportando così la situazione alla calma.
Nel frattempo, era iniziata in Germania la campagna per le elezioni del Reichstag del 20 maggio 1928, con un riacuirsi alla vigilia della questione sudtirolese utilizzata contro il movimento nazionalsocialista. Gli attacchi culminarono con dei cartelli elettorali – stampati dal Partito socialdemocratico e recanti la scritta “Adolf Hitler smascherato” – comparsi a Monaco il giorno delle elezioni. Erano inoltre state diffuse delle illazioni circa dei presunti aiuti finanziari di Mussolini tanto a Hitler quanto a Franz Ritter von Epp (candidato anch’esso dello NSDAP) in cambio della loro perorazione per una rinuncia del Sud Tirolo. Hitler e von Epp intrapresero di conseguenza delle azioni legali. Hitler volle rispondere agli attacchi immediatamente. Aveva già parlato della questione sudtirolese il 19 maggio a Monaco di Baviera, con parole simili a quelle riportate in questo manoscritto. Al tempo stesso, una riunione del partito nazionalsocialista fu annunciata per il 23 maggio 1928, nel Bürgerbräukeller; a questo incontro Hitler ribatté a lungo alle diffamazioni circa le posizioni del movimento sul Sud Tirolo.
A luglio si registrò una temporanea attenuazione del conflitto per la questione sudtirolese. Questa tregua fu accolta favorevolmente dai nazionalsocialisti perché diminuiva l’agitazione anti-italiana, offrendo anche l’occasione per muovere un attacco a Seipel. Rudolf Hess terminò la discussione di questo tema con un articolo del 27 luglio, “Hitler, il Sud Tirolo e la stampa di estrema destra”, ricorrendo alle oramai usuali argomentazioni. Dopo il 23 maggio, comunque, per diverse settimane Hitler non parlò in pubblico. Solo il 6 luglio fece un breve intervento nel corso di una riunione per il reclutamento delle SA a Monaco di Baviera. Il suo primo importante discorso dopo il 23 maggio fu il 13 luglio, a Berlino, incentrato sulle tematiche di politica estera. Questo discorso presentava dei passaggi il cui contenuto, e talvolta anche il testo sono corrispondenti a quelli del documento oggetto del nostro studio.
Questa breve panoramica degli eventi politici della prima metà del 1928 ci consente perciò di individuare le motivazioni di Hitler per la composizione del presente manoscritto. Il contenuto complessivo è talmente interconnesso, che una lunga interruzione nella dettatura è molto improbabile. Tuttavia, poiché Hitler avrebbe difficilmente avuto il tempo di un tale sforzo durante la campagna elettorale, si può presumere che non abbia cominciato il libro se non dopo le elezioni del 20 maggio. In queste elezioni, i nazionalsocialisti ottennero 840.000 voti e 12 seggi al Reichstag su un totale di 30.738.000 voti validi e 401 seggi. Anche se il Partito salutò il risultato come una vittoria, le cifre mostrarono chiaramente che sarebbe stato necessario del tempo prima che una porzione più ampia dell’elettorato abbracciasse la causa nazionalsocialista. Inoltre, risultava evidente che almeno una parte della colpa fosse da imputare alla linea di politica estera del partito. Quando Hitler analizzò i risultati delle elezioni, pensò sicuramente agli ultimi giorni della campagna elettorale – e quindi alla questione sudtirolese. Questo spiega perché, nella prefazione al testo, egli menzioni l’“opuscolo sul Sud Tirolo” affermando che è diventato “sempre più evidente” per lui “nel corso degli ultimi due anni” che il documento presupponeva già una visione nazionalsocialista da parte del lettore. Egli, ora, desiderava offrire la fondatezza delle sue opinioni “che gli attacchi dell’opposizione, non solo hanno rafforzato in questi ultimi anni, ma hanno anche risvegliato in una qualche misura nel folto gruppo degli indifferenti”. Può dunque essere accolto con certezza il fatto che Hitler iniziò la dettatura del libro tra le ultime settimane di giugno e la prima settimana di luglio del 1928.

Perché il manoscritto non fu pubblicato?
L’esistenza del documento solleva, naturalmente, l’interrogativo sul perché non sia stato pubblicato dalla Eher- Verlag. È evidente dal testo stesso che si trattasse di un libro e non di un documento segreto, come si è inoltre evinto dalla già citata lettera di Hess. È altresì chiaro che, dopo la dettatura, non avvenne alcuna revisione o correzione, al contrario di quanto si verificò per i volumi del Mein Kampf. La prima versione del manoscritto fu soltanto accantonata senza che fosse approntata per una stampa, né subito, né in seguito. Non sussistono delle prove conclusive sul perché il libro non venne pubblicato, tuttavia possono essere avanzate alcune ipotesi plausibili.
È molto probabile che Amann stesso abbia consigliato a Hitler di astenersi dalla pubblicazione, almeno temporaneamente, in ragione degli avvenimenti dell’estate 1928. Come capo della Eher-Verlag, sapeva che il Mein Kampf presentava della difficoltà di vendita, particolarmente in quell’anno: fu l’anno peggiore dalla comparsa del primo volume, come mostrato dal registro dei diritti indicante solo 3.015 copie vendute. Un nuovo libro di Hitler sarebbe quindi immediatamente entrato in competizione con il Mein Kampf. Si aggiunga che, proprio in quel periodo, il partito fu costretto, per ragioni finanziarie, ad annullare il suo raduno annuale; ci si poteva quindi aspettare che la casa editrice del partito pubblicasse un libro che avrebbe reso pressoché impossibili le vendite del secondo volume del Mein Kampf? Non a caso Max Amann fu sempre elogiato dal suo ex compagno di guerra, Adolf Hitler, come un ottimo uomo d’affari.
Un ulteriore motivo per la mancata pubblicazione potrebbe risiedere nel fatto che, entro breve tempo, sarebbero state inevitabili delle revisioni significative al manoscritto. Dall’estate del 1929 in poi, lo NSDAP fu impegnato nella lotta contro il Piano Young per la questione delle riparazioni e della fine dell’occupazione (questioni che naturalmente non erano menzionate nel manoscritto). Stresemann, che appare nel libro come il nemico per antonomasia, era morto nel mese di ottobre dello stesso anno. Si susseguirono rapidamente, inoltre, degli eventi politici ed economici di rilevante importanza, così che Hitler difficilmente avrebbe trovato il tempo per la necessaria revisione del manoscritto.
Altre considerazioni possono aver contribuito a giungere alla conclusione che la pubblicazione fosse inopportuna. Nel 1928, Alfred Hugenberg divenne capo del Partito popolare tedesco-nazionale (Deutschnationale Volkspartei). Un nemico acerrimo della repubblica di Weimar che alleandosi con Hitler e sostenendolo nel 1929, in occasione del referendum contro il Piano Young, partecipò all’ascesa dello NSDAP. A questo punto, le esternazioni presenti nel manoscritto contro i politici borghesi sarebbero dovute essere almeno smussate. È interessante a questo proposito notare che, proprio allora, fu apportata una delle poche modifiche sostanziali al testo del Mein Kampf: un insulto rivolto alla borghesia tedesca venne infatti rimosso.
Nella sua prefazione alla prima edizione di questo manoscritto, Hans Rothfels accennò anche alla possibilità che alcune considerazioni di politica estera avrebbero indotto lo stesso Hitler alla decisione di non pubblicare l’opera. L’osservazione già menzionata di Speer parla a sostegno di tale ipotesi, citando “ragioni di politica estera” per la mancata pubblicazione. L’esplicita approvazione per una guerra volta a conquistare delle più vaste aree e il rifiuto ricorrente della restaurazione dei confini del 1914 come obiettivo della politica tedesca sono tra i passaggi che avrebbero sconsigliato la pubblicazione della “posizione di politica estera” di Hitler, in particolare nei primi anni dopo il 1933.
Le considerazioni di cui sopra – basate su un attento esame della situazione del momento e sul contenuto del documento – hanno offerto alcune risposte alla domanda sul perché il manoscritto non fu pubblicato durante la vita di Hitler, senza tuttavia poter essere univoche e definitive.

L’importanza del testo
Il testo costituisce un’importante fonte sugli anni in cui Hitler lottava per assumere il potere, fornendo una visione non dissimulata della sua ideologia, come della sua personalità. Pochi uomini hanno influenzato il mondo moderno in modo così incisivo. Le anse della sua filosofia possono essere seguite anche altrove, ma qui al lettore appaiono prima che Hitler apportasse delle correzioni e ne modificasse il contenuto. Il documento attesta la coerenza nella sua visione del mondo tra la scrittura del Mein Kampf e la conquista del potere in Germania nel 1933. In un momento in cui molti consideravano il suo movimento come scarsamente rilevante – soprattutto dopo le elezioni che gli conferirono meno del 3 per cento delle preferenze – Hitler dettò un libro che riprende molti dei pensieri che espresse frequentemente in quegli anni. Lo studio di questo materiale fornisce un contributo rilevante alla comprensione della persona di Hitler nella lotta per il potere in Germania, e dà indizi importanti per la sua politica futura come cancelliere del Reich.

Tratto da Rinascita del 16 marzo 2011

Anche sul web: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7099

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Storia di un’ascesa annunciata

Storia di un’ascesa annunciata

A distanza di quasi cinquant’anni torna nelle librerie italiane un manoscritto misconosciuto del Führer

di Luca Leonello Rimbotti

[singlepic id=54 w=320 h=240 float=left]Il “secondo libro”, oppure il “libro segreto”: così è stato per decenni conosciuto – o meglio sarebbe dire, misconosciuto – il testo, privo di intitolazione, che Hitler dettò nel 1928 al suo collaboratore e vecchio commilitone Max Amann, che dirigeva la casa editrice Franz Eher di proprietà del partito nazionalsocialista. Lo si è detto a lungo “segreto” perché lo stesso suo autore, probabilmente per motivi di opportunità politica, lo mise da parte, a quanto ne sappiamo in due copie (una presso la casa editrice a Monaco, l’altra all’Obersalzberg), rimandandone sempre la pubblicazione, che avvenne solo molti anni dopo la sua morte. Ritrovato il dattiloscritto, di cui si aveva memoria attraverso varie testimonianze e che giaceva negli archivi americani dove era stato portato dopo la guerra, ne venne fatta una prima edizione tedesca nel 1961 – intitolata Hitlers Zweites Buch. Ein Dokument aus dem Jahr 1928, a cura di Gerhard L. Weinberg – cui ne seguirono due anni dopo una francese e una inglese. Nel 1962 la Longanesi ne pubblicò la prima edizione italiana, intitolandola Il libro segreto di Hitler, e premettendovi l’introduzione di Telford Taylor. Oggi, a distanza dunque di quasi un cinquantennio, l’opera di Hitler riappare nelle librerie italiane con il titolo Politica nazionalsocialista. Oltre il Mein Kampf, ed è pubblicata dalla Casa Editrice Thule Italia. L’edizione è arricchita da un’introduzione di Marco Linguardo, che è densa di notizie anche poco o punto note sull’origine del libro, le prove di autenticità, i motivi della sua mancata pubblicazione. Si tratta di una scelta oculata, per più motivi. Intanto, perché copre un vuoto storiografico ormai annoso, mettendo così di nuovo a disposizione del lettore italiano un importante documento di storia politica del Novecento. Un po’ anche perché la nuova edizione del libro di Hitler – com’è noto, concernente per lo più argomenti di politica estera, ma non solo – si inserisce in un momento di particolare fertilità degli studi hitleriani, che hanno visto succedersi in rapida sequenza la ripubblicazione delle Conversazioni a tavola e dei Verbali di guerra, entrambi a cura della Libreria Editrice Goriziana, cui si è aggiunta un’altra versione delle “conversazioni”, uscita col titolo Idee sul destino del mondo per i tipi delle Edizioni di Ar. Abbiamo dunque in mano un materiale ancora ben vivo, fresco, al centro dell’interesse degli studiosi, e in certi punti in grado di offrire sorprendenti spunti anche intorno a problemi della nostra epoca. In ogni caso, si apre qui uno squarcio su un periodo storico – l’estate del 1928, quando con tutta certezza venne stilato il testo – in cui il partito di Hitler versava in condizioni non brillanti, non riuscendo ad andare alle ultime elezioni oltre un modesto 3% di consensi, con soli dodici seggi al Reichstag. Ma Hitler, si sa, non era tipo da scoraggiarsi davanti a queste cifre. Scorrendo le pagine del suo libro noi ritroviamo infatti la stringente coerenza delle sue idee, non disgiunta da quella dose di sicurezza nella prossima vittoria, che non gli mancò mai neppure nei momenti di più cocente sconfitta. Politica nazionalsocialista è un libro di attualità, nel senso che dibatte argomenti come la crisi della democrazia di Weimar – che pure in quei mesi stava vivendo la sua effimera stagione d’oro – e si riferisce anche a uomini, a situazioni e a polemiche contingenti, ma non può dirsi certo un instant book alla maniera dei nostri tempi, poiché racchiude gran parte delle convinzioni che Hitler, dopo averle già espresse in altra forma nel Mein Kampf, si porterà dietro a lungo. Una di queste convinzioni – destinata a costargli ben cara – era la necessità di stringere con l’Italia, oltre che con la Gran Bretagna, un’alleanza che permettesse alla Germania di volgersi poi liberamente verso Est, lo “spazio vitale” verso cui si guardava per assicurare al popolo tedesco un futuro di benessere. Nel periodo in cui Hitler dettava le sue pagine, in Germania saliva la temperatura a proposito della sorte del Tirolo meridionale, da Versailles assegnato all’Italia, ma come sappiamo densamente popolato da tedeschi. E dobbiamo ammettere che proprio questa minoranza era allora sottoposta a umilianti restrizioni – come il divieto di usare la lingua tedesca negli uffici pubblici e nelle scuole – da parte del governo fascista, intenzionato a italianizzare l’Alto Adige con le buone o con le cattive. Hitler, che mise l’amicizia con l’Italia ai primi posti della sua agenda di politica estera, impose la sordina al problema, guadagnandosi l’ostilità di tutto lo schieramento nazionalista tedesco. Le pagine dedicate all’Italia riservano ancora oggi eccezionali sorprese. Stupiranno non poco taluni giudizi hitleriani sulla nostra storia. Uno per tutti. Quando egli afferma che nel 1866 l’Italia, pur sconfitta dall’Austria, rese uno storico servigio alla Germania, “impegnando una parte rilevante dell’esercito austriaco” e rendendo con ciò possibile la vittoria tedesca a Sedan e quindi la nascita del Secondo Reich, fa un’osservazione stupefacente. Mettiamo tale asserzione in rapporto con la recente storiografia britannica (su tutti Mack Smith), che dileggia l’Italia facendone uno zimbello di inettitudine militare connaturata a tutta la nostra storia, e avremo un bel parallelo fra le opinioni di un nazionalista tedesco degli anni Venti del Novecento e un perfetto democratico degli anni Novanta. Le considerazioni svolte da Hitler sull’Italia, sulla sua storia nazionale, sulla sua collocazione geopolitica, sulla sua rinascita sotto il Fascismo, sono tutte da leggere. Esse mostrano l’originalità dei punti di vista di un singolare osservatore, capace di un’indipendenza di giudizio a suoi tempi – ma non solo ai suoi – assai rara. Del resto, Hitler stesso in questo suo scritto, oltre che un nazionalista, si definisce propriamente un socialista: “Sono un socialista. Non vedo davanti a me nessuna classe e ceto sociale, piuttosto quella comunità di popolo che è unita dal sangue, legata dal linguaggio e soggetta al medesimo destino”. Il concetto darwinista della lotta per la vita, applicato tanto ai popoli quanto agli individui (sebbene ricondotto alla necessità e non elevato a principio: “una guida politica saggia non vedrà mai nella guerra lo scopo della vita di un popolo, ma solo un mezzo per preservarla”), poi la dura necessità di guadagnarsi lo spazio per l’indipendenza, la superiorità della politica sull’economia, l’ammirazione per la gestione inglese dell’impero, gli ebrei responsabili della miseria tedesca, le analisi sulla capacità espansiva dell’America, tutte queste considerazioni, nuove oppure già conosciute, si saldano insieme in uno sguardo panoramico che è ancora oggi del più grande interesse, e non soltanto dal punto di vista storiografico. Non mancano infatti anche certe osservazioni critiche su questioni oggi all’ordine del giorno, quali ad esempio quelle sull’eugenetica, sui flussi migratori, sulla delocalizzazione industriale, sulla meritocrazia, sull’educazione alla responsabilità, sulla politica industriale capitalista che programma la pauperizzazione dei paesi sottosviluppati, che certo rendono il libro un documento ancora in grado di farsi intendere nel nostro tempo.

Tratto da Linea del 7 novembre 2010