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L’Europa eterna in quei manifesti di Luca Leonello Rimbotti

Proponiamo la recensione di Luca Leonello Rimbotti apparsa su Linea del 5 novembre 2011 dedicata al volume fotografico edito da NovAntico “Manifesti e grafica della Waffen-SS europea”. Ringraziamo del riconoscimento al lavoro pluriennale della Galleria d’Arte Thule sia sul volume – con le ultime due pagine dedicate alla cura dell’arte da parte della nostra Associazione Culturale  – sia sulla recensione. Chi fosse interessato al volume può farne richiesta a noi (thule@thule-italia.org) direttamente o attraverso questo portale nella sezione libri altrui. E ora lasciamo la parola all’amico Luca e al Suo scritto. ML

E’ appena uscita una bellissima pubblicazione sul materiale iconografico apparso nel corso della Seconda guerra mondiale in ambito SS per sostenere la tremenda lotta europea allora in corso per l’essere e il non-essere. Parliamo di Manifesti e grafica della Waffen-SS europea, opera uscita per i tipi della Novantico Editrice ed evento librario oltremodo ben fatto, sia tipograficamente che bibliograficamente, curato con collaudata professionalità da Harm Wulf conosciuto ricercatore di ogni aspetto della moderna germanistica völkisch. La singolare pubblicazione, unica nel suo genere in Italia, si offre al pubblico come eccellente strumento di conoscenza storica, impiantata su una ricostruzione scientifica degli autori, degli stili e delle strumentazioni artistiche usate per diffondere al meglio il messaggio identitario e mobilitatorio tra le popolazioni europee, in quell’epoca di cruenta lotta per l’esistenza. Bisogna dire che ciò che balza subito all’occhio, nello sfogliare l’ampia antologia degli esemplari grafici scelti, è l’appartenenza di questo genere di produzione al filone del realismo figurativo, che in Europa aveva nobilissimi ascendenti, dalla scuola preraffaellita al simbolismo tardo-ottocentesco. Aderenza alla realtà, precisione anche oleografica dei segni tendente alla rappresentazione veridica, ma circonfusa da quell’alone di trascinante eroicizzazione dell’uomo europeo che fece coincidere la bellezza e la nobiltà delle figure con la loro proiezione mitica ed evocativa. Questa linea, unitamente all’apporto di tratti più marcatamente espressionisti – presenti ad esempio già nella produzione nazionalsocialista di manifesti murali, volantini o copertine di libri negli anni del Kampfzeit – incentrati sulla drammaticità, sull’essenzialità e talora sulla crudezza del tratto, si combinarono in una stilizzazione dell’immagine a forte impatto emotivo. Ciò che, da noi, generò qualcosa di non molto dissimile: la fusione della grafica liberty di un De Carolis, di dannunziana potenza immaginale, con il verismo futuristico. E ne uscì, ad esempio, la cartellonistica politica o commerciale di un Depero, di un Dudovich, di un Boccasile, di un Walter Molino. Nella Germania dell’epoca, allo stesso modo, si ebbe il caso di svariati autori pregni del medesimo retroterra culturale, che in campo artistico ripeterono le ispirazioni ideologiche nazionalpopolari, intese a sposare il tradizionalismo con la modernità, dando vita a modelli artistici di marcata presa visiva. La cultura artistica tedesca, sin dall’Ottocento, di grandi simbolisti era del resto sempre stata ricca: i von Stuck, i Makart – pittore tra i preferiti di Hitler – o i von Marées funzionarono in qualità di vecchi maestri, la cui produzione era iconograficamente alle spalle di un Hans Schweitzer (il famoso Mjölnir, forse il più popolare disegnatore d’epoca nazista) oppure di un Wolfgang Willrich, straordinario autore di impronta naturalistico-classicista che venne notato da Darré e che divenne negli anni del Terzo Reich un conosciutissimo cesellatore di tematiche paesaggistiche nordiciste. Il figurativismo che usciva dalle ambientazioni grafiche SS (le più dinamiche, forse, certamente le più drammatiche) doveva essere il riassunto e il riflesso dei temi ideologici allora al sommo dell’agenda politica: e innanzi tutto agiva l’appello alla gioventù d’Europa, vero e proprio momento di impressionistico richiamo all’azione. Come il cinema o la radio o la stampa, il manifesto combattentistico e volontarista marcato SS costituiva il fulcro visivo della chiamata a raccolta della popolazione giovane del continente, l’uomo nuovo europeo plasmato dalle ideologie eroiche: «i giovani europei rappresentavano allora il target audience su cui venivano focalizzate le attività psicologiche destinate al “fronte interno”. Il fine era quello di diffondere la conoscenza di fatti ed idee, per mezzo di notizie o appelli, atti a orientare il pensiero e l’azione di quei giovani, rendendoli, di conseguenza, partecipi delle motivazioni per cui la Germania era in guerra», ha ben scritto Federico Prizzi nell’editoriale che apre il volume. Questo approccio, per così dire, scientifico, al materiale oggi proposto dalla Novantico, ci indirizza verso l’ideale che era al centro della produzione grafica dì promozione attivistica, cioè la saldatura dei popoli europei entro categorie dì comunanza dì destino, che furono e rimasero fino agli ultimi giorni dì guerra l’elemento tipico di questo genere dì arte popolare dì massa. Qualcosa che produsse, come sappiamo, una risposta non indifferente da parte dei giovani dell’epoca, che a centinaia dì migliaia si arruolarono nelle file della Waffen-SS.

E così noi vediamo l’appello che il giovane danese in divisa SS rivolge ai suoi compatrioti, cui fa da viatico la figura pro-tettrice dell’antico guerriero vichingo; oppure vediamo il giovane volontario SS estone paludato degli arcaici simboli di un popolo di confine; oppure, ancora, si nota il richiamo vallone, norvegese, tedesco o persino bosniaco alla difesa fanatica delle proprie città, delle proprie campagne, dei borghi, delle famiglie contadine di antico ceppo che salutano con fierezza il volontario già in armi. Poi c’è il filone della ritrattistica, in cui eccelsero un Wilhelm Petersen o lo stesso Willrich, in cui si ritrova la medesima qualità incisoria di uno Sluyterman von Langeweide, abile nel ripercorrere lo stile cinquecentesco presente in Dürer o nelle stampe popolari che raffiguravano gli antichi protagonisti delle guerre contadine, come, ad esempio, Ulrich von Hutten, personaggio di nuovo solennizzato in epoca nazionalsocialista. Bellezza del tratto, nitore dell’effetto chiaroscurale ed immaginale, in un risultato d’insieme fortemente nobilitante: queste le caratteristiche di una tale produzione di qualità. Oggi, una bella scelta di queste ed altre opere è possibile trovarla nella Galleria d’Arte dell’Associazione Thule Italia presente in rete (http//www.galleria.thule-italia.com).

Nella sua prefazione al libro, Ernesto Zucconi non manca di osservare che questi lavori, a metà strada fra la propaganda politica, l’arte popolare e il bozzetto tradizionale, furono la controfaccia di un giacimento identitaria che non venne inventato o creato dal nulla, ma che era presente nei sostrati culturali europei, e senza il quale nessuna propaganda sarebbe mai riuscita a ottenere quell’indubbio successo che l’appello della Waffen-SS ottenne presso la gioventù d’Europa. Difatti, Zucconi precisa che la produzione grafica di ambito SS «contribuì a diffondere e rafforzare il sentimento unitario del combattentismo europeo per una comune vittoria che avrebbe potuto significare l’avvio al raggiungimento della tanto sospirata soluzione ai problemi del Continente». A questo proposito Harm Wulf – che tra l’altro fornisce preziosi ritratti biografici dei maggiori artisti e grafici che firmarono i manifesti SS -, nella sua articolata presentazione dell’apparato iconografico del volume, riassume in alcuni grandi temi quella produzione di battaglia: la gioventù, la fedeltà, l’identità, l’idea di Europa e la descrizione del Nemico come apocalittico avversario anti-europeo: questi furono i punti fermi, la sostanza del discorso ideologico legato all’immagine di massa.

Il dato che ne esce è la grande capacità comunicativa, l’effetto che si produce sull’osservatore attraverso l’estremizzazione iconografica del tema “bene-contro male”. Si è spesso definito il Fascismo in generale, e il Nazionalsocialismo in particolare, come una “estetizzazione della politica” che faceva dell’immagine – e del simbolo in essa racchiuso -l’elemento forte della capacità di comunicazione del messaggio.

La propaganda di Goebbels, come è noto, eccelse in queste scelte ad effetto. I documenti presentati da Harm Wulf sono caratteristici di questa guerra delle immagini che, a lato di quella delle armi, si svolse in maniera non meno ideologicamente oltranzista: «Spesso le immagini – argomenta Harm Wulf – possono aiutare la comprensione meglio e più profondamente di tante parole. Spesso rappresentano in maniera sintetica una precisa Weltanschauung.

I lavori artistici raccolti spiegano con chiarezza la visione del mondo arcaica ma al contempo moderna dei soldati politici della Waffen-SS: fedeltà alle proprie radici… comunità organica di popolo contro individualismo universalista e nomade, memoria storica e culto degli antenati…».

E non mancano neppure modernissime raffigurazioni del macchinismo scatenato e di-struttivo, rese con efficacia futuristica: come il manifesto intitolato “Kultur-Terror” del norvegese Harald Damsleth, che nel 1944 raffigurò una specie di robot-golem americano, che mentre rade al suolo le antiche città europee si proclama al tempo stesso difensore della cultura europea… Tutto questo ci fornisce un documento storico essenziale sul secolo “breve”, il secolo delle ideologie. Al culmine della cui crisi, l’Europa dette fondo a tutte le proprie risorse, non ultima quella dell’inventiva artistica, mobilitate alfine di far evitare al nostro continente esattamente quel destino di decadenza e oblìo politico in cui lo vediamo oggi miseramente sprofondato.

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Prezzo: €36,00 (incluso 4 % I.V.A.)

Harm Wulf

Questa bella opera offre per la prima volta in Italia un’ampia raccolta relativa alle diverse rappresentazioni grafiche che, prodotte dagli uffici di propaganda e dai vari “Kriegsberichter” delle Waffen SS, vennero impiegate sui fronti della Seconda Guerra Mondiale. Il volume analizza e raccoglie dettagliatamente le biografie e le pregevoli realizzazioni di Ottomar Anton, Gino Boccasile, Finn Wigforss, Wolfgang Willrich, Harald Damsleth, Wilhelm Petersen, Hans Schweitzer, Hermann Otto Hoyer ed Ernst Krause. Il fine di questo volume è quello di esaminare in maniera scientifica i documenti iconografici che vennero eseguiti, prevalentemente tra il 1941 e il 1945, da qualificati illustratori di differenti nazioni, per far arruolare centinaia di migliaia di giovani europei nelle SS combattenti, documenti peraltro di squisito valore artistico.

Brossura 21 x 30 cm. pag. 154 interamente illustrate con immagini a colori

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Quando la “comunità guerriera” si racconta

Recensione di Luca Leonello Rimbotti a “Ordine SS. Etica e Ideologia” Vol. I (Linea, 22 ottobre 2011)

Quando la “comunità guerriera” si racconta

Un piano che inglobava molteplici materie, valido per tutte le epoche passate e anche per i secoli futuri: dalle origini dell’universo alla biologia, dalla botanica alla geologia, dalla storia alla zoologia, dall’arte alle religioni.

La descrizione di una scuola di carattere e di cultura e non il brutale e fanatico braccio armato di un potere dispotico riportato dalla “storia”.

È stato appena pubblicato il primo volume del libro di Edwige Thibaut L’Ordine SS. Etica e ideologia, per i tipi dell’Editrice Thule Italia. Si tratta della traduzione italiana di un corposo studio uscito in Francia nel 1991, di cui Leon Degrelle esaminò il manoscritto prima che venisse pubblicato e a cui poi volle egli stesso aggiungere la sua ammirata prefazione. Annotiamo che del libro della Thibaut è prevista entro tempi brevi la pubblicazione anche del secondo volume dell’edizione italiana, e sempre a cura della Thule Italia. Diciamo senz’altro che siamo di fronte a un opera importante, che si segnala per il fatto – unico in questo genere di studi – di essere per la gran parte un’antologia di testi estrapolati dalle pubblicazioni SS dell’epoca. Dopo la densa e informatissima introduzione della Thibaut, infatti, si ha una numerosa scelta di articoli, rapporti, saggi brevi e testimonianze da riviste, almanacchi, pubblicazioni speciali, ma soprattutto da quei “Leithefte”, i “Quaderni”, che furono un po’ la spina dorsale dell’insegnamento ideologico delle SS, la guida spirituale e il manuale di vita, per così dire, ad uso degli adepti. La formazione politica delle giovani SS, infatti, oltre ai corsi sulle più varie materie di studio che si tenevano nell’ambito dello Schulungsamt (l’Ufficio educativo) che faceva parte del RuSHA (l’Ufficio per la Razza e l’Insediamento guidato fino al 1938 da Walter Darrè), verteva sulla diffusione di questi quaderni divulgativi, attraverso i quali ci si riprometteva di attuare l’insegnamento di una corretta Weltanschauung, senza inutili pedanterie, ma con l’abituale puntigliosità tedesca. Ma, oltre al sapere, alla fase cioè dell’istruzione e della preparazione ideologica, ci si occupava anche dell’educazione, vale a dire della formazione del carattere e della personalità delle reclute.

Il libro della Thibaut. insomma, con questa inedita scelta antologica, si presenta come uno strumento di apprendimento dall’interno dei percorsi attraverso i quali il famoso uomo nuovo perseguito dal Nazionalsocialismo si veniva quotidianamente formando. Veniamo in altre parole informati direttamente, e senza interpretazioni o suggerimenti postumi, su quale fosse il punto di vista di un privilegiato osservatorio del Terzo Reich su tutti gli aspetti della vita, anche al di là dell’impegno politico. Ciò che si presenta. per quanto è di nostra conoscenza, come l’unica possibilità di accedere, da parte di specialisti come di semplici lettori, a un fondo storiografico di grande rilievo e altrimenti inaccessibile.

Per la verità, dalla lettura di questa vasta documentazione esce un’immagine delle SS che è un po’diversa da quella usuale: non il brutale e fanatico braccio armato di un potere dispotico, bensì una scuola di carattere e di cultura. La volontà di forgiare il “soldato politico” inserito nella moderna società di massa metteva i giovani frequentatori della scuola SS a contatto con ogni branca del sapere. La Thibaut riporta la direttiva emanata da Himmler nel marzo 1938, in base alla quale si intendeva dar corso a «un piano che inglobi molteplici materie e che possa essere valido per tutte le epoche e anche per i secoli futuri», includendo nulla di meno deli intero scibile umano, dalle origini dell’universo alla biologia, dalla botanica alla geologia, dalla storia alla zoologia, dall’arte alle grandi religioni… «Le SS di oggi come quelle dell’anno 2000» concludeva il Reichsführer in questa molto significativa indicazione di massima. «avranno familiarità con la storia del nostro popolo, di tutti gli Ariani, della Terra con la sua grandezza e bellezza, così come quella del mondo intero e prenderanno coscienza della grandezza e della onnipotenza di Dio». E, in effetti, le SS espressero tutto un mondo di ricerca e specializzazione culturale che. dalla Fondazione Ahnenerbe all’SD (l’Ufficio di sicurezza che aveva numerose sezioni), dette vita a una gran quantità di iniziative culturali, pubblicazioni, studi sulle materie più varie e talora anche bizzarre, dalla teoria del “ghiaccio cosmico” alla rivalutazione del nodo storico e culturale delle “streghe “, dallo studio delle erbe medicinali a quello dell’astrologia. Era un mondo davvero affamato di cultura, di quella alta come di quella popolare: «Tutti i campi della vita erano soggetti a insegnamento», scrive la Thibaut, «ci si aspettava che la conoscenza della bellezza, del valore e dell’importanza della missione per la quale ogni singola SS combatteva, l’avrebbe spinta verso le più grandi prodezze militari». Entro questi spazi educativi procedeva poi l’istruzione ideologico-politica e militare, che si esprimeva in apposite scuole per cadetti (le Junkerschulen) che si affiancavano alle cellule femminili, attraverso le quali l’Ordine Nero intendeva promuovere lo spirito di una vera e propria “comunità di clan”, cioè la formazione di nuclei familiari SS. Questo “Ordine clanico” promuoveva un sapere e uno stile di vita che oggi definiremmo “olistico”, cioè completo e totale, tale da investire gli aspetti fisici come quelli spirituali della personalità. Così facendo, come precisa la Thibaut. «veniva a formarsi quell’unità armoniosa che Rosenberg stesso definì: “la razza è l’anima vista dall’esterno e l’anima è la razza vista dall’interno”… Le SS accordarono il carattere militare con la fede, l’arte con la scienza, l’industria all’agricoltura, nell’alchimia suprema dell’Uomo nuovo». Le strutture SS. in quanto anti-classiste e portatrici di una concezione organica della comunità, a questo inedito soggetto fornivano occasione di promozione sociale e di formazione di competenza, aldi là dei vecchi steccati di classe, tanto che si potevano vedere «degli uomini di una trentina di anni arrivare al grado di generale e “civili” dal talento incontestabile, come Werner von Braun o il professor Porsche, diventare “ufficiali” delle SS».

E in questo modo che, nell’originale struttura delle SS, prese vita quasi un mondo parallelo, creandosi un complesso di attitudini che, in effetti, riguardarono i diversi aspetti dell’esistenza secondo vie inusuali. Una “rivoluzione dei corpi e degli spiriti”, si è detto il tentativo SS di dar vita veramente, entro istituzioni a metà strada fra l’ordine monastico e il reparto militare, a un tipo nuovo e più affinato di uomo. Struttura autonoma rispetto alle altre istituzioni dello Stato nazionalsocialista, in possesso quasi di uno statuto di privilegiata indipendenza, le SS, che nello scorrere degli anni diventarono anche una potenza economica proprietaria di concentrazioni industriali non trascurabili, rinnovarono la tradizionale sensibilità della civiltà germanica verso la comunità popolare, inaugurando una diversa e più radicale visione del mondo: «Indipendenti dall’esercito, crearono un nuovo “atteggiamento guerriero”, distinti dal Partito, un nuovo “atteggiamento ideologico” e, lontani dalla Chiesa, un nuovo “atteggiamento spirituale”». Degrelle aggiungeva nella sua prefazione che, in tal modo, «l’equilibrio, anche là, si sarebbe ottenuto tra un paganesimo storico che alcuni intendevano resuscitare e la vita mistica». Le SS ebbero consapevolezza di rappresentare una sorta di rivoluzione spirituale, e di questo troviamo ripetuta traccia nelle loro pubblicazioni. Ad esempio, nel ricostruire il legame dell’uomo con la natura, rinsanguando le antiche vene di panteismo, rafforzando i riti di legame, le cerimonie popolari riferite ai cicli astrali, i solstizi, le feste di Ostara e di Jul, etc. si intendeva operare una profonda correzione della tendenza moderna verso la laicizzazione profana e l’oscuramento del sacro. Con risvolti minori, ma non tanto, che sono significativi di un approccio sereno e per nulla torbido o ambiguo agli aspetti della vita, e a volte anche mollo attuali. Come la ben nota spinta ecologista, che traspare da interventi intitolati., ad esempio. “La foresta come comunità di vita”. O come un articolo del 1941, in cui si raccomanda l’uso dell’acqua minerale di una certa sorgente sudeta priva di additivi artificiali, vantandone i poteri curativi; oppure come un pezzo del 1937 a firma di Gunther d’Alquen (nome di punta delle SS, redattore-capo della rivista “Das Schwarze Korps”), in cui si elogia lo spirito intimistico e si definisce l’umorismo una necessità e una virtù, aggiungendo che era stato addirittura «una delle armi essenziali nella lotta per la presa del potere». Sfogliando i numerosi articoli raccolti dalla Thibaut. corredati spesso da foto dell’epoca, invano si troverebbero i bolsi richiami “satanisti” oppure “occultistici” che oggi vanno tanto di moda nella generale paccottiglia ad alta tiratura che si occupa delle SS: tutto all’opposto, ciò che domina è uno spirito positivo, volti aperti e allegri, e una grande fiducia nel futuro.

Poi ci sono i temi-forti dell’ideologia rivoluzionaria. Tra questi, un posto di rilievo è occupato dall’europeismo.

Un ideale dalle SS non solo vagheggiato, ma messo in pratica attraverso il combattimento, e per il quale presero le armi molti volontari di quasi tutti i Paesi d’Europa, arruolatisi sotto le insegne della doppia runa. Tanti popoli affini, stretti attorno al grande magnete centrale, la Germania, polo d’attrazione delle patrie europee: questo il nòcciolo della nuova idea di Impero. Un giovane collaboratore olandese, in un numero dei “Leitheft” del 1943, scriveva che «la parola solidarietà è adatta all’Europa. Questa forma un tutto, ha dei nemici comuni, non può esistere fino a quando non si manifesti un sentimento di coesione e fino a quando essa non inizi a diventare solidale». Ammettiamolo: una bella lezione di vero europeismo popolare impartita, a distanza di quasi settantanni, a quella cosca di usurai cosmopoliti che usurpa oggi il nome d’Europa.

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Breve analisi del (nazional) socialismo tedesco

Breve analisi del (nazional) socialismo tedesco

I manuali di storia del pensiero socialista europeo omettono un particolare che consisterebbe di comprendere a pieno il fenomeno di una società solidale e collobarativa

di Luca Leonello Rimbotti

 

[singlepic id=57 w=320 h=240 float=left]Trascurare una componente essenziale del socialismo, la sua versione tedesca, che superò la concezione classista della vecchia socialdemocrazia di Bebel, non consente di capire come questa riuscì a pervenire al potere sotto la sigla del Nazionalsocialismo. Un socialismo nazionale, in Germania come altrove, già esisteva da tempo. Ma soltanto col partito di Hitler il legame fra socialismo e nazionalismo divenne effettivo e la loro compartecipazione ideologica, uscendo dai disegni teorici, fu in grado di creare una prassi quotidiana in mezzo al Popolo. Bisogna aggiungere che, negli anni recenti, numerosi studiosi hanno ampiamente riconosciuto alla NSDAP la sua funzione propriamente socialista. Con Rainer Zitelmann, Götz Aly o Pierre Ayçoberry, per dire dei più recenti, si è stabilita con sufficiente chiarezza la natura del socialismo nazionale hitleriano, tutta incentrata su istituzioni di partecipazione e promozione sociale (dal Servizio del Lavoro al Fronte del Lavoro, dalle cellule aziendali al dopolavoro), ma soprattutto sullo sviluppo di una mentalità comunitarista e anti-classista, che ricomprendeva allo stesso modo l’attacco alle ricchezze finanziarie, la sottomissione della proprietà dei mezzi produttivi all’autorità politica, l’estinzione del differenzialismo di classe fra colletti bianchi e colletti blu, l’erogazione di benefici sociali alle classi lavoratrici, l’igiene del lavoro, etc.

Tutte cose che, al loro centro, recavano, in ruolo ancor più importante che non le concrete provvidenze economiche, la creazione di uno stato d’animo socialista, l’affermazione di uno stile dì vita socialista, all’interno di un’intera società socialista: cioè, al fondo, davvero e nei fatti, solidale e collaborativa. Ciò che faceva sentire l’operaio e il dirigente, l’impiegato e il manovale, come pedine essenziali di un medesimo meccanismo, lavorare per il quale veniva percepito come l’ottenimento del più elevato valore sociale, di un onore di appartenenza fortemente egualitario.

Difatti, si parlava essenzialmente del socialismo come di un atto concreto, calato nel realismo, e non come di una dottrina utopica, quale sempre il socialismo era stato tratteggiato, anche nelle sue derive “scientifiche “. Poiché, così si scriveva, essenziale era avere a che fare «non con la teoria, ma con la realtà», dando vita ad «un nuovo socialismo senza ipotesi aprioristiche, senza linee prefissate e prescindendo da autorità storiche». Questa affermazione risale al 1935 ed è di Hans Schwarz van Berk, già membro dei Freikorps e a quella data caporedattore della rivista “Der Angriff”, fondata nel 1926 da Goebbels. Noi la troviamo, estratta come esemplare di tutto un clima ideologico, all’interno di un libro collettaneo pubblicato in quell’anno sotto gli auspici del ministro della Propaganda, e che riuniva numerosi interventi di elementi di spicco del Partito nazionalsocialista, in un testo – Deutsche Sozialisten am Werk – che voleva essere un po’ la summa del pensiero socialista del Terzo Reich. Oggi quel libro, col titolo II socialismo tedesco al lavoro, è stato tradotto e pubblicato dalla Thule Italia, una casa editrice che da tempo sta operando un prezioso lavoro di scavo e rimessa in valore di un patrimonio altrimenti dimenticato di storia politica europea del Novecento. Che interessa proprio quegli aspetti di socialismo organicista e di socialità avanzata presenti nel Nazionalsocialismo, che gli storici ufficiali stanno man mano rivalutando. Il socialismo tedesco al lavoro è un documento di rara importanza storica proprio perché raccoglie l’intero spettro delle applicazioni socialiste alla realtà politica dell’epoca, dal punto dì vista di quanti erano tra i protagonisti della rivoluzione sociale e politica iniziatasi nel 1933.

Nel libro sono presenti contributi dei ministri Darré e Ley, ma anche ad es. di Börger, il commissario del Lavoro, di Hilgenfeld, responsabile dell’assistenza sociale, di Köhler, esperto economico, e poi di molti altri funzionari, e persino del principe di Schaumburg-Lippe, membro delle SA e collaboratore di Goebbels, che scrive sui rapporti fra socialismo e tradizione. Alla luce del nuovo socialismo organico, vengono passati in rassegna lo Stato, i giovani, l’economia, i contadini, la burocrazia, e inoltre il ruolo del capitale (suddiviso fra capitale creativo di ricchezza e lavoro e capitale finanziario speculativo), la tecnica, la stampa, la libera iniziativa, la partecipazione statale alla programmazione e alla gestione aziendale e infine i rapporti culturali del nuovo socialismo con la storia germanica e il mito sociale della razza. Così, ogni comparto sociale, ogni aspetto dell’ideologia della solidarietà di popolo viene indagato in base ad un particolare realismo, che giudica la potenza del legame sociale a partire dall’essenziale considerazione che per socialismo si debba intendere una diversa e totale cultura della partecipazione. Oltre le classi, oltre le dinamiche di questa o quella organizzazione economica, ciò che contava era l’intima corrispondenza fra il lavoro e il popolo, fra i programmi e i bisogni, fra i ruoli sociali redistribuiti e la competenza. Poiché la selezione dei migliori — questo il nocciolo del particolare Deutscher Sozialismus della NSDAP – doveva scaturire da tutto il popolo, attingendo e promuovendo la qualità ovunque essa si trovasse, secondo il principio che il socialismo, lungi dall’essere un’utopia libresca o un pregiudizio classista, era soprattutto un «ordine del popolo». Il valore non solo economico, ma sociale ed etico del socialismo nazionale della NSDAP era ben rappresentato dall’accento posto sul concetto di volontariato, applicato a tutti gli ambiti del lavoro. Essenziale era l’entusiasmo con cui si dovevano offrire le proprie doti individuali al servizio della comunità: «La libertà tedesca è servizio volontario; e così, chi sta a capo di un’impresa, deve cercare di essere una guida, e non un superiore», scriveva Börger, riassumendo il senso altruistico della reciprocità socialista in chiave nazionale. La gerarchia socialista della competenza si affiancava a istituti cooperativi come quelli vigenti, ad es., nel comparto agricolo, in cui si promuovevano istituzioni di autogestione corporativa (come il Consiglio nazionale contadino, l’Assemblea regionale e quella locale) che andavano nel senso di un recupero dell’antica democrazia assembleare in uso nel diritto germanico e, al contempo, costituendo momenti di razionalizzazione produttiva e distributiva, che impedivano le speculazioni di mercato tipiche della prassi liberista. All’elevazione materiale e alla maturazione sociale delle classi lavoratrici teneva dietro il metodo della circolazione delle élites attraverso la promozione sociale della competenza, vera quadratura del cerchio del problema sociale e di quello politico. «Lo Stato socialista ha il compito dì spianare ovunque la strada alle forze vitali della Nazione e assicurare una loro cooperazione», scriveva il consigliere del Ministero dell’Interno Hans Fabricius. Fare in modo che «ogni strato sociale all’interno del popolo, possa ottenere i pieni diritti» voleva dire attivare, promuovere, sollecitare «le forze esistenti per il bene della comunità», mettendo gli elementi meritevoli del popolo nei ruoli decisionali.

Un socialismo della tradizione (il corporativismo operaio e contadino) e allo stesso tempo della massima efficienza (dinamismo nella selezione del competenza e nell’assistenza sociale) era dunque all’opera in quegli anni. Un fenomeno sociale che Maurizio Rosi nella sua articolata introduzione (che vale come ottimo corredo al testo, per i vasti rimai di alla cultura socialista-nazionaie tedesca, per i confronti e alternativi col pensiero liberale dei Popper e dei Mises, per evocazioni al platonismo sociale o alla singolare funzione che ebbero i “poeti lavoratori”, per l’inquadratura di concetto di “soldato del lavoro” etc.,), non diversamente dagli storici più avvertiti, giudica come il finale approdo delle secolari lotte operaie che invano, nei regimi liberali, avevano ricercato quelle conquiste che d’un colpo, attraverso una legislazione rapida e snella, vennero di fatto realizzate nel Terzo Reich. Ad es., tutto questo significava «che l’azienda si doveva evidenziare nell’essere all’avanguardia nel campo dell’applicazione della legislazione sociale… nell’innalzamento della produzione industriale e nella semplificazione dei processi produttivi, nel miglioramento del tenore di vita dei lavoratori e della situazione igienica lavorativa», innestando il tutto nel quadro del «cameratismo socialista» e della «responsabilizzazione socialista dell’intera comunità aziendale».

Sulla scorta di tutto ciò, si può dire con tutta pacatezza che, a fronte dell’individualismo asociale liberal e della sua pratica disintegratoria dei legami di solidarietà nazionale, il Deutscher Sozialismus, liberato in sede storica da certe interessate ipoteche, ha ancora oggi una sua parola da dire alle scompaginate e disorientate masse europee.

Tratto da Linea del 4 giugno 2011

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Gottfried Feder e il programma della Nsdap

Gottfried Feder e il programma della Nsdap

di Luca Leonello Rimbotti

[singlepic id=56 w=320 h=240 float=left]In occasione del congresso del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi del 1926, Gottfried Feder – ingegnere e studioso di economia finanziaria, tra i primi compagni di lotta di Hitler – ricevette l’incarico di dare l’avvìo ad una serie di pubblicazioni a larga diffusione, in grado di coprire tutti gli aspetti ideologici e di portarli alla conoscenza del grande pubblico. Questa operazione iniziò l’anno seguente con l’uscita del primo dei numerosi quaderni divulgativi previsti, che riguardava l’illustrazione dei 25 punti con cui la NSDAP aveva steso il proprio programma politico sin dal febbraio 1920. Si contava, così, di affrontare nel modo migliore e più chiaro la questione della sostanza ideologica nazionalsocialista, specialmente in riferimento a quella che veniva considerata una specie di “rivoluzione copernicana”, cioè l’accento posto sulla funzione distruttiva che l’interesse sui prestiti di capitale aveva presso vaste fasce popolari, a cominciare da quelle del ceto contadino. Il problema del progressivo indebitamento dei rurali tedeschi era di antica data. Esso costituì un vero caso sociale di grandi proporzioni, e non fu secondario in quel fenomeno di inurbanesimo e abbandono delle campagne in cui uomini come Spengler avevano visto una delle cause dello sbriciolamento sociale della Germania e del suo sradicamento dalla cultura locale tradizionale. In effetti, il meccanismo in base al quale molti piccoli e medi proprietari fondiari, una volta chiesto il necessario credito per reinvestire nella produzione e vistoselo gravare dal tasso esorbitante di interesse, applicato in forme a crescita esponenziale, non riuscivano a sottrarsi altrimenti a questo cappio se non vendendo la terra e declassandosi a proletariato urbano, fu alla base di mutamenti sociali di vasta portata. Essi ingeneravano disperazione sociale e destabilizzazione economica, sottraevano famiglie e poderi all’agricoltura già in crisi dall’epoca guglielmina e mettevano in moto il fenomeno della speculazione fondiaria, un settore in cui le banche e le imprese finanziarie – spesso a guida ebraica – agirono da elemento di scompaginamento socio-economico.

Ciò che, negli anni Venti del Novecento, fu ad es. alla base del costituirsi di organismi come la Landvolksbewegung, intesi a proteggere la categoria dei contadini proprietari dal crescente esautoramento cui era sottoposta. In determinate zone della Germania, quella organizzazione, sostenuta dal nazionalismo rivoluzionario, espresse fenomeni di combattivo antagonismo (fino a cruenti episodi di terrorismo) nei confronti dei vari governi di Weimar, incapaci di porre un freno alla disintegrazione del ceto contadino.

Non desta meraviglia, pertanto, che il fulcro del programma della NSDAP, incentrato sull’opposizione all’usura secondo la celebre formula, stesa dallo stesso Feder, della “liberazione dalla schiavitù dell’interesse”, torni nella pubblicazione del 1927 – poi parecchie volte riedita negli anni seguenti – come centrale rivendicazione di carattere sociale. Adesso, la dinamica Editrice Thule Italia pubblica il libro di Gottfried Feder per la prima volta in traduzione italiana nella sua edizione del 1933, Il Programma del NSDAP e le sue fondamenta ideologiche. I testi comprendono, oltre all’originario programma, anche agili ed esaustivi commenti, stesi da Feder in epoche diverse, intorno alle singole questioni, in una maniera che doveva servire da chiara illustrazione per la massa dei membri del Partito e per quanti erano interessati a conoscere la posizione della NSDAP in materia politico-sociale.

Feder dovette insistere in modo particolare sul fatto che la NSDAP non pensava a sopprimere la proprietà privata e che il punto in cui il programma prevedeva l’esproprio riguardava unicamente i casi di cattiva gestione, di proprietà ebraica o di acquisto illegale. Dal punto di vista storico, è interessante questa puntualizzazione, poiché da svariate fonti all’epoca si attribuiva al Nazionalsocialismo una volontà espropriatrice di tipo quasi “bolscevico”. Al contrario, scriveva Feder, «la proprietà dei terreni acquisita legittimamente dai cittadini tedeschi sarà riconosciuta come bene ereditario. Questo diritto di proprietà sarà però subordinato all’obbligo di utilizzare il suolo a beneficio di tutto il popolo. Il controllo del rispetto di tale obbligo sarà competenza dei tribunali corporativi». Questi punti, a Terzo Reich insediato, divennero legge dello Stato e furono alla base di quel fenomeno di protezione della fattoria contadina – conosciuta come Erbhof, il podere ereditario – che voleva evitare la frammentazione fondiaria e incrementare la consistenza sociale del ceto rurale, nel quale il regime vedrà il bastione della società sotto tutti profili: nazionale, familiare, razziale, produttivo.

In ogni caso, queste misure andavano nel senso di favorire un uso non privatistico del bene personale, ma di incentivarne la produttività come elemento di diffusione del benessere generale, secondo il principio fondamentale in base al quale “il bene comune viene prima i quello individuale”. Spiegando i 25 punti programmatici nel dettaglio, Feder affrontava il suo fiore all’occhiello, la lotta all’interesse usurario, spiegandolo come la «liberazione dello Stato e così del popolo dal suo indebitamento tributario di fronte ai grandi capitali usurai». Ciò avrebbe comportato alcune misure senz’altro rivoluzionarie e del tutto sovversive dello Stato liberale: «Nazionalizzazione della Reichsbank e delle banche di emissione; finanziamento di tutte le opere pubbliche, evitando il ricorso al prestito pubblico mediante l’emissione di certificati fruttiferi del Tesoro senza interessi; introduzione di una valuta fissata su base coperta; creazione di una Banca per l’edilizia e l’industria (riforma monetaria) per concedere prestiti a tasso zero; modificazione radicale del sistema fiscale secondo il principio dell’economia comunitaria». Attorno a queste misure, si sarebbe dovuta quindi cementare quella comunità nazionale e sociale svincolata dai poteri forti della finanza internazionale, che costituì uno dei punti di maggiore originalità ideologica del Nazionalsocialismo, ciò che ha spinto gli storici ha considerare la politica sociale hitleriana un rivoluzionamento degli assetti capitalistici, anche per il fatto che agli imprenditori, pur lasciando loro la proprietà nominale, come ha scritto Zitelmann, veniva tolto di fatto «il potere di disposizione sui mezzi di produzione», secondo una linea manifestata da Hitler che era intesa a «perseguire i suoi obiettivi anche contro la resistenza di settori dell’industria pesante».

Leggendo questo importante testo di Feder noi quindi, oggi che il mondo va a passo di carica nella direzione opposta, quella dell’abbattimento di ogni contrasto sulla via del potere assoluto della finanza cosmopolita, verifichiamo lo sforzo attuato in Germania per abbinare il sentimento nazionale e la giustizia sociale, nella direzione della concezione organica della comunità popolare, sia nella sfera del mondo della produzione agricola sia in quello della produzione industriale e del commercio. In questo modo, infatti, come sottolinea Maurizio Rossi nella sua introduzione ai testi di Feder, «l’individuo diventava membro a tutti gli effetti di un corpo organico e integro, ma differenziato, a seconda delle proprie capacità e funzioni, partecipando così allo sviluppo di una esistenza qualitativamente superiore fondata su una realtà di popolo finalmente concepita come una comunità socialista organica».

E di organicismo per l’appunto si parlava, e al senso di ordine platonico si riferisce Feder, come di un insieme di parti armonicamente funzionanti, essendo ognuna al proprio posto e tutte partecipanti al fine del benessere comune. Sembra incredibile, ma l’ideale dello Stato ben ordinato vagheggiato da Platone, se mai fu vicino ad essere eretto da qualche parte e in qualche epoca, lo fu nella Germania nazionalsocialista del Novecento.

Tratto da Linea del 5 marzo 2011.

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Baluardo d’Europa

Baluardo d’Europa
Un ricco compendio di esegesi dottrinaria nazionalsocialista dedicato ai combattenti della Wehrmacht.

di Luca Leonello Rimbotti

[singlepic id=53 w=320 h=240 float=left]Uno dei punti su cui ribatte con maggiore insistenza la propaganda morale e culturale del nostro tempo riguarda l’ingiunzione a comprendere le “ragioni dell’altro”: mai, come nella nostra epoca, “l’altro”, colui cioè che non veicola i nostri valori ma ne rappresenta di diversi, va rispettato e compreso. Che sia l’assassino seriale, lo stupratore drogato o il membro di una cultura etnica esotica, “l’altro” oggi si è assicurato comprensione e mitezza di giudizio, in omaggio ai valori di ascolto, tolleranza, accoglienza etica. In base a questi punti di vista, prendiamo allora “l’altro” più “altro” che esista, quello che rappresenta il “male assoluto”, il rovescio “cattivo” della nostra società, un “altro” ormai storicizzato, poiché è la voce di un’epoca trascorsa che non ha più diritto, nel mondo, ad avere un ascolto: il nazionalsocialismo. E cerchiamo, per quanto possibile, di calarci al suo interno, come cercano di fare molte volte gli storici, assumendone per un attimo il punto di vista, come richiedono le giuste tavole di un atteggiamento aperto e democratico. Ce ne fornisce l’occasione la recente pubblicazione di un testo di propaganda ideologica diffuso all’inizio del 1944 alle truppe combattenti tedesche per iniziativa dell’Oberkommando della Wehrmacht e intitolato Wofür Kämpfen Wir?: Per che cosa combattiamo? Il libro, uscito a cura dell’Editrice Thule Italia, è un documento eccezionale, mai tradotto prima in italiano, che ci apre sul mondo degli sconfitti, sulle loro ragioni, sul loro modo di ragionare, e che costituisce uno strumento importante che aiuta a comprendere, dal punto di vista sia storico sia ideologico, le motivazioni che dovettero presiedere al comportamento straordinariamente tenace del soldato tedesco, specialmente negli ultimi anni di guerra.

Il volume, strutturato come un manuale di indottrinamento, impostato sulla formula della domanda e della risposta, è ricco di sorprese, per chi non sia uso affrancarsi dalla concezione corrente circa la malvagità indistintamente di tutti i Tedeschi che combatterono quella guerra ideologica. Innanzi tutto, veniamo così a sapere che i Tedeschi si sentivano “perseguitati” dagli Ebrei: si dirà, ma come è possibile? Effettivamente, la Germania presentò se stessa come la vittima di una congiura mondiale, organizzata dalla capacità ebraica di assemblare i governi delle democrazie occidentali e quello sovietico per eliminare dal gioco politico la Germania, con Hitler divenuta ufficialmente antisemita e quindi sgradito ingombro da rimuovere con ogni mezzo. La pubblicazione propagandistica spiega: «La Germania nazionalsocialista ostacola il tentativo del dominio mondiale da parte del Giudaismo. Ha agito contro lo sfruttamento ebraico dei popoli d’Europa e ha così infranto l’egemonia ebraica in Europa. Questo è il motivo per cui il Giudaismo ci perseguita con odio mortale e ci ha giurato guerra fino alla morte». E un tragico gioco di specchi, nel quale bisogna pur concedere al perdente e al “cattivo” di aver avuto le proprie ragioni. Un intero mondo di nemici viene dunque passato in rassegna: America, Inghilterra, Russia sovietica, tutte descritte come impregnate di spirito ebraico e da questo guidate alla crociata di sterminio anti-tedesca. E la lotta viene descritta come apocalittica. C’era in Hitler, e profonda, e sin dall’inizio, questa convinzione di essere di fronte a una guerra per la vita e per la morte: tale sostanza di vicenda escatologica, che avrebbe deciso il futuro del mondo per i secoli a venire, viene in questo testo semplificata ed elaborata per un pubblico vasto: il libro venne divulgato in centinaia di migliaia di copie, e riporta all’inizio non solo il beneplacito di Hitler alla sua diffusione, ma anche l’ordine tassativo di portarlo a conoscenza di ufficiali e soldati, facendone una specie di manuale ideologico di guerra.

Ci sono dunque le ragioni del “contro”: e dei numerosi nemici vengono spiegati la concezione materialista, lo stile di vita individualistico e grettamente antisociale, il sistema basato sull’esclusiva ricerca della ricchezza attraverso lo sfruttamento dei popoli (gli angloamericani); oppure quello ottusamente collettivista, da macchine-insetti sottoposte a un distruttivo dispotismo (i sovietici). Ma si utilizzano anche categorie interpretative più raffinate: e di tutti viene spiegata l’ambizione al dominio mondiale, a ritenersi eletti e prescelti: gli angloamericani, in virtù della saldatura fra puritanesimo ed ebraismo, che figurano come antefatti religiosi della volontà politica liberale di dominio universale: «L’idea universalistica di un governo mondiale della libertà, del progresso, della ragione nel senso razionalistico era lo spirito della missione. Chi negli Stati Uniti si opponeva alla “liberazione dell’uomo”, assurgeva a nemico dell’umanità e comunque della libertà». Questa individuazione -per altro ancora oggi decisamente attuale – si combinava con il riconoscimento che nel sistema sovietico agiva un’equivalente eredità dell’antico spirito russo verso l’espansione per la salvezza del mondo: «Accanto all’idea marxista, sono in un certo qual modo in azione anche le dottrine del secolo scorso: le idee religiose di miglioramento del mondo di Dostoevskij e di Tolstoj, la dottrina del Panslavismo e del Nichilismo». E anche questo non appare un argomento peregrino e solo propagandistico, dato che è stato anche materia di studi importanti: l’unione fra bolscevismo e pan-slavismo è un dato che agì a fondo nelle motivazioni del popolo russo verso la lotta anti-tedesca.

Poi ci sono le ragioni del “pro”. I tedeschi combattono per il loro avanzato sistema sociale, per la loro idea di comunità anti-individualistica, per l’eredità etnica, per il principio della “responsabile partecipazione” (il Führerprinzip), per l’attaccamento alla terra, per il “diritto al lavoro”, per i propri sistemi di insegnamento popolare gratuito, per le forze spirituali (di cui il termine Weltanschauung viene detto l’espressione, in quanto racchiude l’idea di “visione interiore”), per un’idea di religione – su cui il testo insiste molto – che viene definita devozione all’«ordine divino del mondo»: «Crediamo che l’uomo, come essere spirituale autocosciente, abbia ricevuto dal Creatore il compito di creare forme e missioni di vita, quindi di formare una civiltà, che è cosa più alta di una mera soddisfazione dei bisogni di vita primari». Si parla anche di «libertà interiore, libertà di coscienza, libertà della piena espressione della personalità», da attuarsi secondo le antiche doti germaniche della fierezza e della «elevata concezione dell’onore e della fedeltà», in cui si «rivela la nobiltà dell’uomo tedesco». L’ufficiale e il soldato tedesco non dovevano essere per forza e per legge malvagi e criminali, se si possono leggere frasi come questa «Ubbidiente, l’Ufficiale assolve il proprio dovere, ma è soddisfatto, perché lo fa da uomo libero e orgoglioso. E così sta pure di fronte al suo Dio, dritto, con la preghiera di potenza e la forza per sopportare tutto con onore».

Ma, infine, ciò che connota questo scritto, è la volontà di difendere disperatamente la civiltà europea, minacciata da Ovest e da Est da una promessa di annientamento senza sconti. Questo elemento è ben richiamato da Maurizio Rossi nell’introduzione: «Per i nazionalsocialisti esisteva invece uno specifico “modello europeo” che non doveva essere assolutamente equivocato, tanto meno confuso con l’Qccidente contrassegnato dalle democrazie capitalistiche, oppure con l’Oriente asiatico-bolscevico». Si trattava di quel “socialismo europeo” per il quale si stavano battendo anche uomini come Drieu La Rochelle, e che parve per un momento la chiave della rinascita europea, in grado di sottrarsi alla doppia seduzione materialistica, quella capitalista occidentale e quella collettivista orientale. Il gran parlare di “sangue” e di “razza” assume allora un particolare significato, di fronte alla documentazione iconografica riportata nel libro, in cui vi è un ricco prontuario di soggetti familiari, agresti, nostalgicamente naturisti e romanticamente tesi a un’idea pacifica di eterna bellezza. Tutto ciò ci fa venire in mente che quella guerra apocalittica era combattuta dall’uomo tedesco per un’ideologia nemica delle catastrofi disumanizzanti del mondo moderno: la protezione di uno stile di vita antico e semplice, il mondo contadino, il sorriso di un operaio, la pace della campagna ben lavorata, un volto sereno di donna, un gruppo di bambini all’aria aperta, sotto l’antica quercia. Tutte cose che la brutale modernità imponeva di difendere con gli aerei a reazione e con i missili V2.

Tratto da Linea del 19 dicembre 2010