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Recensione “Freund Hein”

LA MORTE 

di Wulf Sörensen 

Ed. Thule-Italia 

pp. 128, € 20,00         

«Chi sei tu? Sono la morte. Sei venuta a prendermi? È già da molto che ti cammino al fianco. Me ne sono accorto. Sei pronto? Il mio spirito lo è, non il mio corpo; dammi ancora del tempo». Il dialogo fra la Morte e il nobile cavaliere Antonius Block di ritorno dalle crociate, che prelude alla partita a scacchi nel film di Ingmar Bergman «II settimo sigillo» (1957) è l’immagine profonda del rapporto fra l’uomo e l’aldilà, la caducità della vita e soprattutto il modo di affrontare la fine dell’esistenza terrena. Il tema della percezione della morte nella società è stato affrontato da storici del livello di Le Goffe Ariès, fra gli altri, che hanno dimostrato come, con il passar del tempo, il rapporto sia mutato. Un tempo, fino al Medioevo, la morte era parte della vita, dava senso all’esistenza; in seguito è vissuta con paura. Le cause? Un po’la religione cristiana per la quale la morte è una prova legata alla condotta in vita, una specie di esame al cospetto di Dio, che rischia di essere una condanna all’Inferno, e un po’ la società mercantilista e materialista degli ultimi secoli configura la morte come la fine di tutto. Dopo, non esisterebbe nulla. È stato edito in Italia un libro di Wulf Sörensen, pseudonimo di Frithjof Fischer (1899-1977) sul tema. Nell’edizione italiana sono state pubblicate entrambe le due edizioni poiché la seconda fu un complessivo rifacimento ed esprime l’evoluzione del pensiero dello scrittore. Una visione sulla morte intesa come momento della vita, come era considerata in passato, senza pensare al pentimento, alla redenzione, a un premio o a una condanna nell’aldilà ma ritenere il momento del trapasso come la porta che si affaccia a una vita eterna. La morte è «amica degli antenati da migliaia di anni» dice l’autore riferendosi a una visione religiosa che affonda le radici nell’antichità, nelle tradizioni dei popoli indoeuropei. Concezione tipica delle comunità tradizionali. ll testo, fra il letterario e il filosofico, è intitolato, in edizione originale, «Freund Hein», «amico Enrico», espressione ricorrente in Germania dal XVII secolo fino agli inizi del secolo scorso per definire la morte. Heinrich, Enrico, è un nome molto diffuso in area germanica e Freund Hein era uno scheletro-menestrello che suonava il violino e scandiva una Totentanz (danza macabra) mentre accompagnava il morto verso l’oltretomba. [Manlio Triggiani]

Apparsa sulla rivista “Storia in Rete”